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venerdì 18 agosto 2017

Cilento: ritorno alle origini



“Un paese ci vuole – scriveva Pavese – non fosse che per il gusto di andarsene via”. E per il gusto di ritornare, mi permetto di aggiungere. Infatti, ogni estate ritorno nel mio paese nativo, nel Cilento, dal quale andai via tanti anni fa, per motivi di lavoro. Si chiama Melito (frazione del Comune di Prignano)  ed è un piccolo borgo di poche anime. Adagiato sul pendio di una collina tra querce, olivi e vigneti, si affaccia sul mare di Agropoli e, dall’alto dei suoi 415 metri, mi offre in lontananza una vista straordinaria: l’isola di Capri e la Costiera Amalfitana. Questo ritorno mi riporta, ogni volta, agli anni della mia infanzia e della mia giovinezza. Ma oggi tutto sembra cambiato e niente è più come prima: le persone che incontro, le case, il paesaggio, i rapporti di amicizia e le atmosfere proprie del luogo. L’identità stessa del paese mi appare stravolta. E’ come se quel villaggio che mi ha visto crescere mi sfuggisse di mano - se così si può dire - e non mi riconoscessi più nelle sue pietre, nelle sue strade, nei suoi angoli più nascosti e caratteristici, nella sua gente. Insomma, è come se avessi difficoltà a sentirlo mio, come mi accadeva una volta, e questa condizione mi rende spaesato ed esiliato nella mia terra.
Gente nuova, spesso proveniente da paesi lontani, ha preso il posto dei vecchi abitanti ormai scomparsi e dei loro figli, che hanno scritto la storia del paese e che fanno parte dei miei ricordi giovanili, della mia vita passata. Nuove costruzioni si sono appropriate di lembi di collina dove rigogliosa si estendeva la macchia mediterranea, oscurando scorci panoramici di rara bellezza. Incendi dolosi si ripetono ad ogni estate, devastando boschi e campagne circostanti. Il cemento avanza inesorabile, con le sue moderne costruzioni che spesso mal si adattano al territorio,  mentre vanno in rovina o risultano abbandonate molte di quelle vecchie casette in pietra, mute sentinelle del passato. E con loro finisce un’epoca, si chiude una storia familiare, un passato ricco di ricordi, un mondo di tradizioni contadine. E osservando, poi, la stradina che si incunea tra le case del paese (dove giocavo spensieratamente da ragazzo con i miei amici), completamente invasa dalle macchine; e le case chiuse dove abitavano persone che io conoscevo e che in qualche maniera erano parte della mia vita; e quello spiazzo dove tiravo calci ad un pallone su cui hanno costruito delle villette a schiera, occupate soprattutto nei mesi estivi; e le strade che collegano il borgo al resto del territorio diventate, vergognosamente, una discarica in itinere, lungo i cui bordi si può trovare di tutto e di più; ebbene, osservando tutto ciò, non posso che provare un profondo senso di tristezza.
Un mondo si chiude e se ne apre un altro. Devo dire che con queste mie amare riflessioni non voglio invocare un periodo storico scomparso, non desidero ritornare al passato né rimpiangere quel paese che fu, ma auspicare invece un diverso modello di sviluppo, una diversa sensibilità civica e ambientale nei confronti delle cose e del territorio, una migliore riqualificazione urbanistica nel rispetto delle leggi e del decoro. Credo che un “paradiso” di cui avere nostalgia non sia mai esistito nel Meridione ed in modo particolare nel Cilento. Né allora né oggi. Ho avuto il privilegio di vivere, insieme ai miei coetanei, la fine di una civiltà - quella contadina, ancorata alla sua filosofia di vita semplice e naturale ed alle sue tradizioni - ed il passaggio ad una nuova era di cui non conosco ancora bene i contorni e gli sviluppi futuri. E’ una società, questa in cui viviamo, che va di fretta e tende a distruggere la memoria del passato, in nome di una modernità che non sempre è connessa ad una migliore qualità della vita.
Sappiamo bene che il paese cambia nel corso degli anni e con esso le persone che lo abitano. Le vecchie generazioni, nate del paese ed ivi rimaste nel corso degli anni, legate agli usi ed ai costumi tradizionali, lentamente si estinguono, mentre i giovani del posto, compresi coloro che arrivano da altri luoghi, anche stranieri, non sembrano nutrire particolari legami affettivi con il territorio in cui vivono né tantomeno con le storie del recente passato. Secondo gli osservatori, nell’epoca della globalizzazione, il paese – quale microcosmo comunitario di relazioni umane – va scomparendo progressivamente. Ed al suo posto si va affermando un luogo sempre più massificato, senza anima e senza memoria. Ma un paese ci vuole – e ritorno nuovamente a Pavese – perché “un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. E per questo io ritorno.

domenica 30 luglio 2017

Le 10 cose che detesto



1.     Le scritte e i graffiti di qualsiasi genere sui muri dei palazzi, sui monumenti e sui treni della metropolitana, che rendono la città in cui vivo sporca e degradata;

2.     L’ostentazione di certi comportamenti (girare in città con il suv… parlare ad alta voce con il cellulare nei luoghi affollati e per strada… i tatuaggi su tutto il corpo a mò di carta geografica);

3.     La pubblicità, visiva e cartacea, che invade qualsiasi luogo pubblico e privato;

4.     I politici (e sempre gli stessi) che pontificano in televisione, saltando da una trasmissione all’altra;

5.     Chi abbandona rifiuti ingombranti lungo i marciapiedi;

6.     Gli elegantoni che in estate girano per strada indossando pantaloncini corti, infradito e canottiera (ridicoli, indecenti, inguardabili);

7.     I perditempo che stazionano perennemente davanti a quei bar di periferia, fumando, sputando per terra e parlando di calcio;

8.     Il traffico, i rumori molesti, come quel signore fermo al semaforo che ti suona il clacson appena scatta il verde, oppure quell’altro che va avanti e indietro per il quartiere, con i finestrini abbassati e lo stereo a tutto volume;

9.     I padroni dei cani che non raccolgono gli escrementi dei loro amici a quattro zampe;

10. La gentile signora, vicina di ombrellone, che nasconde nella sabbia la sua cicca di sigaretta, cerchiata di rossetto, a mò di ciliegina sulla torta.

venerdì 21 luglio 2017

Le anime morte



Le anime, nella Russia dell’Ottocento, erano i servi della gleba, cioè quei contadini  che venivano assoldati dai ricchi proprietari terrieri. All’epoca, la terra che lo Stato affidava ai notabili era commisurata al numero dei servi della gleba annoverati alle loro dipendenze, sui quali i proprietari terrieri erano tenuti a corrispondere una imposta pro capite. L’imposta veniva calcolata in occasione di ogni censimento - che di solito si verificava ogni 10 anni - per cui se nel frattempo alcuni di questi contadini morivano, il proprietario terriero era comunque obbligato a corrispondere l’imposta dovuta su queste “anime morte”, fino al censimento successivo che certificava l’avvenuto decesso.

“Le anime morte” di Nikolaj Gogol (Garzanti editore) disegna un grande affresco della società rurale e contadina della Russia ottocentesca, vista attraverso gli occhi di Pavel Ivanovic Cicikov, il protagonista del romanzo. Questo personaggio è un affarista spregiudicato e senza scrupoli, un navigato truffatore, alla continua ricerca di potere e di ricchezze, che viaggia in lungo e in largo nella Russia zarista comprando per pochi rubli “anime morte”. E lo fa attraverso finti contratti di compravendita, al fine di ottenere agevolazioni, benefici e terre dalle autorità governative, in virtù del possesso di un numero considerevole di finti contadini. Con modi seducenti e con adulazioni nei confronti dei suoi interlocutori, riesce in breve tempo ad instaurare rapporti amichevoli con i potentati della città in cui si stabilisce, al fine di poter raggiungere i suoi obiettivi economici. E’ un abile millantatore, Cicikov, e riesce a produrre un’impressione positiva anche nelle donne della buona società cittadina, grazie alle sue buone maniere e alla diceria che si portava dietro, cioè di essere un uomo molto ricco, un “milionario”. E le mogli dei dignitari locali - delle cui qualità morali l’autore ha grandissime difficoltà a parlarne, preferendo discettare, invece, del loro modo di vestire, delle loro capacità di rispettare l’etichetta e le convenienze - si lasciano facilmente attrarre dalle ricchezze e dal potere. L’ipocrisia che lo scrittore nota nelle donne aristocratiche, la osserva anche nei lettori che appartengono all’alta società e in quegli individui che dell’alta società credono di far parte, in virtù delle parole francesi e inglesi che sfoggiano con la giusta pronuncia, arrotando la erre come i francesi o facendo la bocca a “culo di gallina” come gli inglesi.

Con una descrizione minuziosa e con una prosa piacevole e sempre ironica e sferzante, Gogol ci presenta una variegata umanità fatta di notabili altolocati e provinciali, di funzionari, di impiegati ma anche di gente umile, tutti rappresentativi della realtà cittadina, burocratica e rurale della Russia degli Zar. Un posto importante nella narrazione occupano i vari proprietari terrieri, cui si rivolge Cicikov per comprare le anime morte, personaggi “difficili da ritrarre” - dice l’Autore - “signori di cui è pieno il mondo, che sembrano tutti simili gli uni agli altri” . C’è quello che emerge per i suoi modi eccessivamente ossequiosi e deferenti, il quale inizialmente appare gradevole all’interlocutore, per rivelarsi, poi, superficiale e noioso. C’è poi l’uomo rozzo, grossolano che somiglia ad un orso nei modi e nell’aspetto, molto attento, però, ai suoi affari, che disprezza tutti coloro che occupano posizioni importanti nella gerarchia statale. Non manca, in questa carrellata di personaggi, il prototipo universale dell’avaro, unico guardiano e custode delle sue ricchezze il quale, pur essendo ricchissimo, conduce una vita misera, alimentata inesorabilmente dalla sua insaziabile avarizia. E come dimenticare, infine, lo spaccone esibizionista, amante della baldoria, dei balli e dei convegni mondani, appassionato di scommesse e di carte, baro, sbruffone e bugiardo, quel soggetto che non scomparirà mai dal mondo, che sarà sempre presente in mezzo a noi, in qualsiasi epoca lo si voglia collocare.

Gogol è veramente sorprendente nel presentarci l’uomo nelle sue quotidiane contraddizioni e aberrazioni, nelle sue passioni e nella sua fragilità, ma anche nelle sue miserie quotidiane e nei suoi vizi; ci descrive il perbenismo, la meschinità e la vanità  dell’animo umano, tratteggiando dei personaggi che, a seconda delle circostanze della vita e sempre per un proprio tornaconto personale, sanno essere forti con i poveri ed i diseredati e deboli con i ricchi ed i potenti, attraverso tutte quelle gradazioni e sfumature del linguaggio, dei gesti e del comportamento che rivelano - di volta in volta – da parte degli stessi, alterigia e arroganza, servilismo  e cortigianeria. Gogol è un grande osservatore, si dimostra prodigo di pungenti ed ironiche osservazioni e descrizioni degli ambienti rurali, ma a volte si ha l’impressione che l’autore voglia trasmettere al lettore anche sensazioni di disgusto e di ribrezzo che si provano di fronte a certe aspetti della realtà. Così, nel descrivere  alberghi e bettole di periferia, fa notare che “per due rubli al giorno i viaggiatori hanno diritto a due metri di cameretta e agli immancabili scarafaggi che come prugne secche fanno capolino dappertutto”, e che le pareti delle stanze adibite a sala da pranzo sono di solito “verniciate a olio, annerite in alto dal fumo e lucidate in basso dalle schiene degli avventori di passaggio”, oppure nel raffigurare il disordine e la sporcizia di una stanza, ritiene significativo far sapere al lettore che “il padrone aveva lasciato sul tavolo uno stuzzicadenti completamente ingiallito con cui si era forse frugato tra i denti prima dell’ingresso dei Francesi a Mosca”.

Con questo libro Gogol riesce a cogliere sapientemente lo spirito dell’epoca in cui è vissuto, ma si dimostra anche un attento studioso dell’animo umano quando afferma che “fino a quando la gente non si preoccuperà della propria ricchezza interiore, smettendola di occuparsi delle cose per le quali ci si azzuffa e ci si sbrana qui sulla terra, non ci sarà nessuna ricchezza e nessun benessere terreno”.

venerdì 7 luglio 2017

Schiavi del telefonino



In questa nostra società - dominata dai social network, dai telefonini sempre accesi e connessi e dai format televisivi dove uomini e donne esibiscono e spettacolarizzano senza alcuna vergogna i propri sentimenti, mettendo in piazza la propria vita intima e privata – si avverte sempre più forte un bisogno di visibilità sociale. Tutto ciò ci fa riflettere su quanto gli individui, oggi, si sentano isolati e vogliano uscire dall’anonimato in cui sembrano ingabbiati. Il telefonino - ma ormai è riduttivo chiamarlo così - è certamente il principale strumento tecnologico attraverso il quale si cerca di colmare il vuoto esistenziale per non sentirsi soli e abbandonati. Dovunque ci troviamo – per strada, sui mezzi pubblici, nelle stazioni, nei ristoranti, nei cimiteri, nelle chiese, nei centri commerciali, lungo i sentieri di montagna – non vediamo altro che persone con lo sguardo chino su uno schermo. Siamo contemporaneamente spettatori e concorrenti di una sorta di gara a chi ce l’ha più lungo (lo smartphone), più bello, più tutto; assistiamo e partecipiamo ad una estenuante esibizione di conversazioni e di chiacchiere ad alta voce, le più varie, le più insignificanti; siamo deliziati da un incalzare di suonerie le più stravaganti, mentre si smanetta su uno schermo alla ricerca continua di notizie, video, pettegolezzi sulla vita degli altri, eternamente connessi con un “altrove” che allontana dal presente e da quello che succede intorno a noi.
Siamo schiavi della tecnologia e della necessità di essere sempre contattati e rintracciabili, condizioni queste che restringono la nostra libertà di movimento e di pensiero: dobbiamo sempre giustificarci se non rispondiamo ad una telefonata o se teniamo il cellulare spento. Se poi - pur avendo il telefonino sempre acceso - non ci chiama nessuno (mentre tutti gli altri intorno a noi stanno al telefono) - ci lasciamo prendere dallo sconforto e dalla malinconia. E allora, per soddisfare quel bisogno di sicurezza, per sentirci vivi, per ripristinare quel contatto continuo con qualcuno e con il “mondo”, e per non sentirci abbandonati, facciamo il primo numero che ci capita, anche se non abbiamo nulla da dire. Pronto? Dove sei? E immediatamente spunta il sorriso sulle nostre labbra. Ci tranquillizziamo.

Non conosciamo più l’attesa e non abbiamo più il tempo di elaborare una risposta meditata. Dobbiamo sempre rispondere con urgenza, in qualsiasi momento ed in qualsiasi situazione. Tutto è diventato terribilmente improrogabile. Con un telefonino in mano possiamo comunicare, contemporaneamente, con un interlocutore lontano e con tanti vicini che ascoltano. E’ una protesi che indossiamo ogni mattina, appena svegli. E’ la droga del terzo millennio. E come tutte le droghe, genera dipendenza. Abbiamo paura di essere tagliati fuori da questa comunicazione continua e incessante, andiamo in fibrillazione quando lo dimentichiamo o temiamo di averlo perso. E poi quella smania di controllarlo continuamente in cerca di notizie, messaggi, chiamate perse, pagine facebook…Non vengono risparmiati neanche i bambini da questo uso indiscriminato. Una volta - i nostri figli, i nostri nipoti - cominciavano a prendere coscienza del mondo e ad instaurare relazioni affettive con un orsacchiotto di peluche, con un trenino, con una bambolina: oggi hanno lo smartphone già alle elementari e si chiamano tra di loro per comunicare.

Spero che il telefonino, nel prossimo futuro, non provochi nuove malattie, ma io penso che già da ora contribuisca ad accrescere le patologie che uno già possiede, le evidenzia e le fa conoscere a tutti. Con un telefonino in mano abbiamo l’illusione di poter risolvere qualsiasi problema e la pretesa di poter controllare i nostri familiari, i luoghi che frequentano, gli spostamenti che effettuano durante la giornata. Intanto la nostra capacità di gestire l’ansia si va progressivamente indebolendo: si cade in preda al panico se il telefonino resta muto per molto tempo, o se la figlia, che è uscita con gli amici, non telefona da più di mezz’ora.  In compenso cresce l’esibizionismo: diamo volutamente in pasto ai presenti i nostri fatti personali, anche i più intimi e segreti, come se fosse un diritto/dovere farsi sentire.

P.S. – Non possiedo telefonini. Pensate che per fare una telefonata mi servo, ancora, del telefono fisso di casa. E così facendo, rinuncio a quel piacere impagabile che solo una telefonata con uno smartphone riesce a darti, per strada o su un autobus affollato di gente nell’ora di punta.

lunedì 3 luglio 2017

Lessico famigliare: storia di una famiglia



Io penso che il romanzo autobiografico sia uno dei generi letterari più difficili da elaborare. Una cosa è raccontare a voce un fatto privato, altra cosa, invece, è fare letteratura rivolgendosi a dei potenziali lettori, attraverso vicende che riguardano direttamente chi scrive. La scelta del romanzo autobiografico è spesso dettata dal desiderio di mettere al centro della scena se stessi, ma anche dalla necessità di scavare nella memoria e far rivivere fatti e vicende personali in cui possa ritrovarsi anche chi legge. E’ chiaro, però, che se l’autore non possiede arte narrativa, se non ha vocazione letteraria, il rischio che il racconto di tali vicende possa risultare noioso agli occhi del lettore, è davvero molto alto. La nostra letteratura abbonda di scrittori, anche famosi, che si sono cimentati con il romanzo autobiografico. In tale contesto narrativo si pone il romanzo “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg (nata Levi) con cui la scrittrice di origine triestina vinse nel 1963 (anno della sua prima pubblicazione) il Premio Strega. Il libro - nella sua bella edizione Oscar Mondadori del 1974, arricchito da una interessante prefazione di Cesare Garboli – l’ho scovato su una bancarella dell’usato al prezzo di 1 euro. E pensare che c’è gente che ha ancora il coraggio di dire che in Italia si legge poco perché i libri costano troppo.
Niente è inventato in questa narrazione autobiografica: luoghi, fatti e persone sono reali. “Non avevo molta voglia di parlare di me – scrive la Ginzburg – Questa difatti non è la mia storia, ma piuttosto, pur con vuoti e lacune, la storia della mia famiglia. Devo aggiungere che, nel corso della mia infanzia e adolescenza, mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro: ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito”. E’ la storia, quindi, della famiglia Levi/Ginzburg accusata, nel 1934, di antifascismo, imputazione che colpirà tutti i suoi rappresentanti, compreso un loro amico, quel Leone Ginzburg, che diventerà poi il marito della scrittrice. Il racconto memoriale di Natalia Ginzburg, scritto in prima persona, copre un arco di circa quarant’anni, a partire dagli anni della sua infanzia, lei ultimogenita di cinque tra fratelli e sorelle. Vengono rievocati, con tono a volte grave e preoccupato, gli anni del Fascismo, lo scoppio della guerra che renderà la vita sempre più difficile, l’esilio in Abruzzo, quindi la fine del regime fascista, la lotta clandestina di Leone Ginzburg, l’arresto e la sua morte avvenuta in carcere nel 1944. Ma l’interesse predominante della Ginzburg pare quello di voler raccontare, in maniera quasi confidenziale ed ironica, soprattutto la vita familiare colta nelle sue innumerevoli sfaccettature quotidiane, come le lunghe e monotone villeggiature trascorse sempre in montagna, la sua infanzia, i giochi, le abitudini e i costumi di casa, quanto mai semplici e austeri, i vari trasferimenti dei suoi genitori, da Firenze a Sassari, poi a Palermo (sua città natale) e infine Torino. Figura dominante del racconto è certamente quella del padre – il prof. Giuseppe Levi, ordinario di anatomia comparata – che aveva speso tutta la sua vita nella ricerca scientifica; un uomo burbero, dispotico, complicato, che non sopportava i letterati (per lui uno scrittore era qualcosa di frivolo), sempre diffidente e sospettoso nei riguardi degli estranei, indifferente al denaro però attento agli sprechi familiari (ogni sera faceva il giro delle stanze, urlando contro i figli che lasciavano le luci accese), condizionato per tutta la vita dalla preoccupazione irrazionale di trovarsi, da un momento all’altro, sul lastrico. E poi le lunghe e feroci discussioni politiche tra il padre e i fratelli che finivano sempre con sfuriate e porte sbattute. La scrittrice pone, inoltre, particolare risalto nel ricordo dei tanti personaggi, passati alla storia, che spesso erano ospiti della sua casa a Torino. In particolare, il giornalista e politico Filippo Turati, il famoso industriale Adriano Olivetti (che mostrava gran rispetto per i romanzieri e i poeti, ma non li leggeva); e poi il grande editore Giulio Einaudi, quindi Cesare Pavese (che andava da loro perché “non tollerava di passare le serate in solitudine”). Infine, tutti gli amici del padre, come lui professori d’università, biologi e scienziati. Ai componenti di questa famiglia, cosa davvero singolare, bastava una sola parola, una sola frase – sentite e ripetute chissà quante volte nel passato e diventate una sorta di ritornello – per ritrovare il loro antico e indissolubile rapporto domestico, la loro infanzia e la loro giovinezza. “Quelle frasi sono il nostro latino – scrive la Ginzburg – il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare…”.  Costituiscono, appunto, il lessico famigliare.

venerdì 23 giugno 2017

"A ciascuno il suo": un delitto tra corruzione, calunnie ed omertà nella Sicilia di Sciascia



Ho sempre visto  il “giallo” come un libro poco gradevole, con quella sua trama ricca di omicidi e di colpi di scena, di innocenti e di colpevoli, di commissari di polizia e di indagini giudiziarie. Non c’è stata mai attrazione tra me e lui, sebbene la nostra letteratura sia piena di romanzi gialli, da cui spesso vengono tratti film e sceneggiati televisivi. Leggendo “A ciascuno il suo” di Leonardo Sciascia (Adelphi editore), mi sono dovuto ricredere – almeno in parte – circa il giudizio negativo che avevo nei confronti di questo genere letterario, anche se è un giallo sui generis. E poi è stato scritto da un autore che si chiama Sciascia e non da uno dei tanti “noti pennivendoli” che imperversano oggigiorno in libreria, i quali - in virtù della loro popolarità televisiva - più che fare letteratura “gialla” hanno trovato il modo e il sistema per fare soldi, sostenuti da editori, anche importanti, che hanno ormai abdicato al loro ruolo di divulgatori culturali.

Il romanzo di Sciascia, ambientato in un paese della Sicilia negli anni sessanta, dipinge personaggi e situazioni, vizi e virtù di quella terra sempre presente nei racconti dello scrittore siciliano. Partendo da un duplice omicidio, che vede come vittime due persone apparentemente oneste, benvolute e di ragguardevole posizione sociale (un farmacista ed il suo amico dottore), Sciascia ci parla della sua Sicilia e delle sue ataviche contraddizioni, attraverso una carrellata di personaggi, rappresentativi di una società opportunista e corrotta che sembra immutabile nel tempo. Sono i notabili, quelli che maggiormente contano agli occhi del paese, quelli che anche di fronte ad un delitto, sembrano condannati a recitare un copione: il prete, l’avvocato, il notaio, il professore, il medico, il maresciallo dei Carabinieri. Pur mancando ogni indizio su quel duplice omicidio consumato alle porte di Palermo (tranne una lettera anonima fatta pervenire al farmacista, che gli annunciava la sua morte ) non c’era uno nel paese - scrive Sciascia “che non avesse già, per conto suo, segretamente, risolto o quasi il mistero, o che si ritenesse in possesso di una chiave per risolverlo”. Tra questi, il professor Laurana, insegnante di Italiano e Latino nel liceo classico del Capoluogo, personaggio chiave del romanzo il quale riteneva che, per risolvere il caso, fosse necessario partire da quella frase in latino “unicuique suum” (a ciascuno il suo) che era affiorata dal rovescio della lettera anonima, composta con parole ritagliate dall’Osservatore Romano.

La Sicilia raccontata da Sciascia sembra non credere alla giustizia, appare poco fiduciosa nei confronti dello Stato e dei suoi rappresentanti; è una Sicilia diffidente e fatalista che invece di affidarsi agli organi inquirenti, si adopera per risolvere diversamente il caso. Assistiamo, così, al pettegolezzo strisciante, al chiacchiericcio da bar, alle calunnie, alle ipotesi dei pezzi grossi del paese, che diventano i veri inquirenti che accusano ed emettono sentenze inappellabili. E’ una Sicilia, questa che ritroviamo nel libro di Sciascia,  molto diversa da quella rappresentata dal suo conterraneo Camilleri nei suoi racconti, dove lo Stato è sempre presente nell’isola nelle vesti di quel Commissario Montalbano, a cui tutti fanno riferimento ed a cui tutti si rivolgono ogni qualvolta se ne presenta la necessità e l’urgenza. Il libro di Sciascia riprende - sotto certi aspetti - la vita di provincia raccontata da un altro illustre scrittore siciliano, Vitaliano Brancati, i cui bizzarri e indolenti personaggi trascorrono il loro tempo in piazza o al bar, tra una chiacchiera ed una malignità. E anche un delitto perpetrato nei confronti di due persone appartenenti al loro mondo, diventa una buona occasione per fare pettegolezzi e allusioni sul loro passato e sulle rispettive famiglie. Ma quale colpa aveva commesso il farmacista, per meritare la morte insieme al suo amico, durante una battuta di caccia? Ma era proprio il farmacista il vero bersaglio, e non il suo amico medico? E se il farmacista fosse stato ucciso, solo per depistare le indagini? Qual era il movente del delitto? Si susseguono le ipotesi più fantasiose, ma prende poi piede quella passionale.

Con una prosa colta e raffinata e con punte di sottile e pungente ironia – caratteristiche, queste, quasi inusuali per un romanzo giallo – Sciascia più che creare suspense e colpi di scena, come ci si aspetterebbe da un tale genere di letteratura, appare interessato principalmente a scrutare la psicologia dei suoi personaggi, quali cinici spettatori attratti morbosamente da un tragico evento.

lunedì 12 giugno 2017

Una legge per tutelare la lingua italiana



Ho l’impressione che la nostra amata lingua italiana – almeno da alcuni anni a questa parte – stia vivendo una fase di abbandono e di graduale regressione. E’ come se le parole perdessero di significato e non fossero più considerate importanti, quali segni distintivi di diversità per chi le pronuncia e le scrive e di arricchimento culturale per chi le ascolta e le legge. Non sembrano esserci regole e allora ognuno si sente autorizzato a parlare e a scrivere come gli pare. Agli errori di grammatica e di sintassi, si aggiungono le parole urlate, come se strillare possa rafforzare la verità o la ragione di chi, in maniera violenta, si scaglia contro l’interlocutore che ha di fronte. E poi l’arroganza verbale, le parolacce, l’uso eccessivo di termini stranieri, anche quando non sarebbe necessario, contribuiscono ad inquinare il nostro ricco patrimonio lessicale. Chi non ricorda quella famosa scena del film “Palombella rossa”, in cui il protagonista (Nanni Moretti) urla alla giornalista che lo sta intervistando: “Ma come parlaaa? Ma come parlaaa? Le parole sono importanti! Lei parla in modo superficiale, chissà come scrive!”. E poi, preso dalla rabbia e non riuscendo a trattenersi, la schiaffeggia sonoramente. La malcapitata giornalista aveva usato un linguaggio banale con frasi fatte, aveva adoperato termini generici o facili anglicismi alla moda al posto delle più appropriate e belle espressioni italiane.
Al riguardo, mi è capitato di leggere sulla rivista “Temi Romana” - curata dell’Ordine degli Avvocati di Roma - un articolo del prof. Mario Scaffidi Abbate il quale sostiene - tra il serio e il provocatorio – che “fra le tante leggi e leggine, spesso inutili o fasulle, che popolano il nostro universo giudiziario non sarebbe inopportuna una sulla lingua”. Una legge, insomma, che possa controllare l’uso corretto dell’idioma nazionale da parte degli italiani. La lingua, scrive il professore “è la carta d’identità di un popolo, uno strumento di unione e di fratellanza” e se ognuno la usa a modo suo, in maniera errata violando quelle che sono le regole, “l’unione e la fratellanza vanno a farsi benedire”. Ma non basta solo il controllo delle autorità – scrive ancora l’autore dell’articolo - bisognerebbe anche punire severamente i trasgressori con una bella multa. E allora: “hai sbagliato la consecutio temporum? Sono due euro. Hai detto una parolaccia? Dieci euro. E così via”. E come esistono i reati per oltraggio al pudore, si potrebbero finalmente riconoscere quelli per offesa alla lingua italiana. Perché la lingua è un patrimonio che va salvaguardato dalle sgrammaticature, dagli strafalcioni, da una prosa sciatta e trascurata. E chi dovrebbe essere il garante? A chi affidare il controllo degli errori? Per il professor Scaffidi Abbate tale autorità potrebbe essere la SIAE, che come cura i diritti degli autori potrebbe curare anche quelli dei lettori. E poi, scrive ancora il promotore di questa iniziativa, si potrebbe istituire un’apposita Società Italiana dei Lettori (SIL) con il compito di denunciare chi scrive e parla male. Un ruolo importante in questa rinascita culturale spetterebbe anche alla televisione attraverso la realizzazione di “una rubrica che mettesse alla berlina, citazioni alla mano, gli autori di simili nefandezze, giornalisti, politici, scrittori e altri personaggi noti. Potrebbe essere intitolata La malalingua”. Allora si che se ne sentirebbero delle belle!

martedì 6 giugno 2017

Metamorfosi: da l'Asino d'oro a Pinocchio



Può esistere un accostamento letterario tra le “Metamorfosi” di Apuleio e “Le avventure di Pinocchio” di Collodi? Io direi di si, perché i due libri si inseriscono in quel tracciato di letture che spazia tra il fantastico ed il fiabesco, i cui protagonisti principali sono uniti da due notevoli concessioni :  la metamorfosi e il desiderio di conoscenza. Nel racconto di Apuleio assistiamo, pertanto, alla trasformazione in asino del giovane Lucio, successivamente restituito alle sue iniziali sembianze umane attraverso l’intervento della dea Iside; mentre nel libro di Collodi la trasformazione in sembianze umane riguarda il burattino di legno Pinocchio. Attraverso le loro diverse esperienze di vita, sorretti da una smisurata curiosità che li spinge ad inoltrarsi verso sentieri impervi e sconosciuti (la magia da una parte e la ribellione dall’altra), i protagonisti di questi due capolavori della letteratura di tutti i tempi dovranno affrontare e superare una serie di rocambolesche avventure dai contorni fantastici e paradossali, per poter raggiungere la loro piena maturità. Le prove che dovranno superare, le sopraffazioni e le angherie che saranno costretti a sopportare  rappresentano una sorta di penitenza e di purificazione, attraverso le quali potranno finalmente riscattarsi.

Lucio, il protagonista delle “Metamorfosi – L’asino d’oro” (Oscar Mondadori), appare come l’alter ego dello scrittore dell’antica Roma, anch’egli animato da una grande curiosità ed  attratto dalle arti magiche. Ma questi suoi interessi non si ispiravano alla magia nera, alla stregoneria, ai riti propiziatori, per i quali subì anche un processo. Apuleio era interessato, piuttosto, ad una magia più alta, intesa come attività filosofica e religiosa, che elevava lo spirito verso le vette più alte della conoscenza umana e divina e tracciava un percorso privilegiato con il sacro e, appunto, con la divinità. Una magia superiore, che potesse venire in soccorso dell’uomo ed affrancarlo dalle sue miserie e dalle sue debolezze. E per poter raggiungere queste vette di conoscenza, ma anche per potersi riscattare dalle oppressioni fisiche e morali che lo angustiavano, Apuleio  immaginava che l’uomo dovesse superare inevitabilmente una sorta di via crucis,  attraverso sofferenze e tribolazioni.

La magia e il divino, un binomio che da sempre accompagna la vita dell’uomo in tutte le sue manifestazioni, sono il filo conduttore del libro di Apuleio, scritto circa duemila anni fa, con cui l’autore sembra interrogarsi su questi due temi che tanto hanno affascinato gli scrittori dell’antichità e che ancora oggi fanno discutere circa l’influenza che possano avere sull’esistenza umana. Due forze antagoniste e contrapposte che condizionano la vita delle persone nel bene e nel male e che a volte ne limitano le scelte. E sarà’ proprio un unguento magico che permetterà all’asino Lucio - che aveva comunque conservato tutta la sensibilità umana e la capacità di comprendere – di vivere una serie di straordinarie esperienze e avventure rocambolesche, di conoscere nuovi paesi, di sperimentare nuove condizioni e abitudini di vita. Passando da un padrone all’altro, da quello più violento e brutale a quello più umano,  Lucio ci racconta la vita nelle sue più incredibili sfaccettature, da un punto di osservazione strano e privilegiato, ossia nella condizione di vita dell’animale più “stupido” esistente in natura che, avendo ereditato l’intelligenza umana, può scrutare il mondo e gli uomini, può conoscerne i pregi e i difetti, la bontà e la cattiveria. L’asino Lucio ci parla di tutto ciò che vede o che sente raccontare dai tanti personaggi che incontra lungo il suo cammino e la narrazione si presenta come una sorta di mosaico di tante vicende, un puzzle di storie di vita il cui filo conduttore è, di volta in volta, l’amore e l’erotismo, l’infedeltà coniugale e l’inganno, la miseria e la violenza, le arti magiche e la religione. Ma è la divinità – e non più una pozione magica - a trasformarlo nuovamente in un essere umano, a riportarlo sulla giusta strada, a renderlo libero – in cambio di devozione assoluta -  quasi a voler sottolineare che non si possono sfidare gli Dei e che il “divino” è superiore a qualsiasi arte magica, a qualsiasi incantesimo o arte propiziatoria. L’uomo, con la sua intelligenza, non può spingersi oltre il tracciato della propria conoscenza, sembra volerci ammonire Apuleio, altrimenti va incontro ad una serie di terribili sventure, da cui può essere liberato solo dal proprio Dio.

venerdì 26 maggio 2017

Ultimi viaggi nell'Italia perduta



“ Non ci è permesso, ahimè, tornare nei luoghi che abbiamo amato,
essi non sono più quelli della prima volta, non saranno mai più quelli”

 
Raffaele La Capria - con i suoi 95 anni ben portati – è certamente uno dei “grandi vecchi” della letteratura italiana. Un fine intellettuale d’altri tempi, un gentiluomo colto e raffinato dall’eloquio accattivante; con quella sua leggera e amabile inflessione partenopea non mi stancherei mai di ascoltarlo. E’ uno di quei rari autori contemporanei che scrive come parla e si legge con grande piacere.

Il suo ultimo libro, edito da Bompiani, si intitola “Ultimi viaggi nell’Italia perduta”. Un testo  intriso di leggera malinconia e di malcelato rimpianto, con cui rievoca quei “sacri siti” dell’Italia Meridionale, quei luoghi mitici che più ha amato nel corso della sua lunga vita e che “non sono più quelli della prima volta, non saranno mai più quelli”, perché assaliti e divorati da un esercito di turisti “mordi e fuggi”, nonché da selvaggi interventi urbanistici che hanno snaturato e deturpato la loro identità. Erano luoghi che sembravano immutabili, ma in questi ultimi anni “sono stati sovvertiti, sconquassati o addirittura cancellati dalla faccia della terra”. In primis, ricorda la sua amata Capri, dove “gli imperatori Augusto e Tiberio, signori del mondo, ne fecero il loro rifugio prediletto…dove la Natura e la Bellezza si incontrano, dove il Mito e la Storia ci parlano ancora”. E poi Positano che “era una bellezza assoluta e grandiosa, prometeica, e al di fuori della portata dell’uomo”. Senza dimenticare Ischia, che purtroppo ha perduto “la bellezza primigenia delle spiagge…spiagge oggi banalizzate da una balneazione avvilente”. E poi ancora Procida… la costiera amalfitana con i suoi borghi a picco sul mare… la sua Napoli ormai scomparsa e le località più prestigiose della Calabria e della Sicilia.  La Capria ne parla in prima persona con nostalgia e ci tiene a precisare che il suo stato d’animo “non è più un sentimento romantico abbellito dal ricordo ma un’arma della memoria contro la rassegnazione e il disincanto, e serve a non lasciar andare le cose come vanno, cioè verso l’inesorabile degrado” .

Belle, poi, sono le pagine che lo scrittore partenopeo dedica alla sua “estate caprese”, che lui trascorreva in quella piccola casa ai piedi del Monte Solaro, raggiungibile solo attraverso 150 ripidi scalini, dove lui poteva vivere per giorni e giorni come in un eremo in perfetta solitudine. Dedica parole struggenti e indimenticabili a questi luoghi dell’anima dove giunsero (Gran Tour) tutti i grandi scrittori e artisti del secolo scorso i quali, poi - affascinati dalla bellezza dei posti - scrissero le loro impressioni, creando una vera e propria letteratura di viaggi. La Capria ricorda Gissing, il quale era convinto che la modernità avrebbe distrutto l’autenticità dei luoghi, inaugurando l’era “della somiglianza universale” e prosegue con Norman Douglas, Giovanni Comisso, uno degli ultimi cantori dell’Italia che fu, Giuseppe Ungaretti, Curzio Malaparte, Norman Lewis, Cesare Brandi, che considerava il Golfo di Napoli come “la porta celeste dell’Italia” e che assisteva impotente “all’autodistruzione che l’Italia va facendo di se stessa”. E poi Moravia, Elsa Morante, Guido Ceronetti, uno degli ultimi viaggiatori dei tempi moderni.
Solo chi conserva il ricordo del passato può fare il raffronto tra i luoghi di una volta e quelli di oggi, “nati dal rapporto sbagliato fra tradizione e modernità, cultura e classe dirigente”. E’ proprio questo intreccio perverso tra affarismo, politica e incultura misto a indifferenza, la causa prima degli obbrobri edilizi che stanno sfigurando i luoghi più belli d’Italia, cancellandone l’anima e l’incanto.
Un libro godibile, che si legge tutto d’un fiato.

martedì 23 maggio 2017

Quando il cinema incontra la poesia



Diventata famosa grazie ad una scena molto commovente del film “Quattro matrimoni e un funerale” , la poesia “Funeral blues” del poeta britannico W. H. Auden (1907 – 1973) è un canto, dai toni malinconici, dedicato alla persona amata che se ne è andata via per sempre. E’ un lamento disperato e inconsolabile sulla difficoltà di accettare e affrontare la morte. Eppure, i suoi versi così tristi hanno la straordinaria capacità di apparire come l’ unico conforto per il poeta.

Funeral blues

Fermate gli orologi, tagliate i fili del telefono 
e regalate un osso al cane, affinché non abbai. 
Faccia silenzio il pianoforte, tacciano i risonanti tamburi, 
che avanzi la bara, che vengano gli amici dolenti. 

Lasciate che gli aerei volteggino nel cielo 
e scrivano l'odioso messaggio: lui è morto. 
Guarnite di crespo il collo bianco dei piccioni 
e fate che il vigile urbano indossi lunghi guanti neri. 

Lui era il mio nord, era il mio sud, era l'oriente e l'occidente, 
i miei giorni di lavoro, i miei giorni di festa, 
era il mezzodì, la mezzanotte, la mia musica, le mie parole. 
Credevo che l'amore potesse durare per sempre. Beh, era un'illusione. 

Offuscate tutte le stelle, perché non le vuole più nessuno. 
Buttate via la luna, tirate giù il sole, 
svuotate gli oceani e abbattete gli alberi. 
Perché da questo momento niente servirà più a niente.
W. H. Auden

venerdì 19 maggio 2017

Giovanni Boldini, il ritrattista della "Belle Epoque"

ritratto lady Colin Campbell


Io credo che nessun artista,  meglio del pittore ferrarese Giovanni Boldini, abbia saputo interpretare i gusti e i desideri dell’aristocrazia europea, durante quel particolare periodo storico ed artistico che va sotto il nome di “Belle Epoque”, negli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Un periodo caratterizzato da prosperità e rinnovamento culturale, condizioni queste che trasparivano soprattutto nelle grandi capitali europee, ed in particolar modo nella capitale francese dove, appunto, era stata coniata la felice espressione di “epoca bella”. Era la Parigi di fine Ottocento - crocevia di artisti e letterati, (spesso squattrinati) in cerca di successo - con i suoi boulevards, con i suoi ricchi caffè all’aperto, dove era possibile incontrare le celebrità del tempo, con i suoi musei, con i suoi ristoranti e salotti eleganti; una città frizzante, piena di vita e di arte che non poteva non attrarre l’irrequieto e cosmopolita artista italiano.
Boldini giunse a Parigi nel 1871, per rimanervi fino alla sua morte avvenuta nel 1931. Egli - in breve tempo – sfruttando le sue indiscusse qualità artistiche ed inserendosi abilmente negli ambienti più esclusivi di Parigi, riuscì a legittimare il proprio successo professionale diventando l’indiscusso cantore di quella società blasonata e opulenta, i cui degni rappresentanti facevano a gara per farsi ritrarre da lui. E lui – il piccolo uomo (era alto solo 1 metro e 54 cm.) ma grande artista, esaudiva ogni loro richiesta, con maestria e con eleganza, dipingendo ogni aspetto della vita parigina, pur prediligendo i ritratti.

Il risultato è testimoniato dalla bellissima mostra allestita presso il Vittoriano di Roma, dove sono esposti oltre 150 dipinti - rappresentativi dell’arte pittorica di Boldini e di alcuni rilevanti artisti, suoi contemporanei, come Corcos, De Nittis, Signorini, Zandomeneghi ed altri - provenienti dai più importanti musei europei e da numerose collezioni private. Io credo che siano soprattutto le donne, affascinanti e sensuali, nude in pose provocanti o avvolte in abiti lussuosi, il soggetto prediletto dei quadri di Boldini e la maggiore attrattiva della mostra. Se dovessi scegliere i tre ritratti che più hanno colpito la mia immaginazione - per la sensualità e l’eleganza che esprimono oltre che per la capacità di introspezione psicologica impressa da Boldini  sulla tela - non avrei dubbi: il primo è il ritratto della statuaria e bellissima lady Colin Campbell, giornalista e scrittrice irlandese: meravigliosamente seducente; il secondo, la grande tela dedicata a “Donna Franca” - così chiamata da Gabriele D’annunzio (mentre per i siciliani era semplicemente la regina) – una giovane signora dal fascino straripante, moglie dell’industriale siciliano Ignazio Florio, che commissionò il ritratto. Si racconta che, a lavoro ultimato, Don Ignazio rifiutò sdegnosamente il quadro perché la moglie vi appariva troppo sensuale, intimando a Boldini di modificarlo.
ritratto Donna Franca Florio
Come dire che a volte la pittura – come d’altronde la parola - può colpire e ferire più della spada. E poi c’è il celeberrimo ritratto di Giuseppe Verdi, vera icona dell’immaginario collettivo. Tu lo guardi, incantato, e ti sembra di sentire, in lontananza, un coro sommesso ed elegiaco: “va, pensiero, sull’ali dorate…”. La potenza dell’arte!
ritratto Giuseppe Verdi
 

lunedì 8 maggio 2017

Essere sfiorati dalla morte



Vincitore del Premio Viareggio nel 1977 – anno in cui fu pubblicato per la prima volta da Rizzoli – il romanzo Veder l’erba dalla parte delle radici” ripercorre, a ritroso, la vita dello scrittore, giornalista e politico piemontese Davide Lajolo (nato a Vinchio nel 1912 e morto a Milano nel 1984). La voce narrante è quella dello stesso autore: proviene dal letto di una clinica romana, dove era stato ricoverato a seguito di un infarto. Oltre che una sofferta vicenda personale, il racconto è anche un insieme di illuminanti riflessioni sulla malattia e sulla morte, sull’amicizia e sulla famiglia, sulle passioni, sugli ideali politici e sul potere, che generano dubbi e scalfiscono certezze, stimolando interrogativi su quelli che sono i veri valori dell’umana esistenza.

"Di vita ne avevo vissuta tanta, e non avevo perso un giorno - scrive l’autore nel suo libro - non avevo mai lasciato impigrire né il sentimento né la ragione, avevo imparato a vivere, conosciuto il mondo, avevo attraversato tutto quello che un uomo attivo può attraversare”. Poi, all’improvviso, quell’uomo di umili origini, che aveva dapprima abbracciato la propaganda fascista per poi allontanarsene e passare alla lotta partigiana, che era passato da un campo di battaglia all’altro durante la seconda guerra mondiale, che aveva conosciuto grandi condottieri di uomini come Togliatti, Mao Tse Tung, Ciu-En-Laj, che aveva incrociato le sue idee con i più grandi letterati del suo tempo come Cesare Pavese, Alfonso Gatto, Carlo Levi, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Sartre e tanti altri, che aveva portato avanti le sue battaglie politiche occupando un posto rilevante alla Camera dei Deputati, che aveva diretto un grande giornale come l’Unità, all’improvviso, quell’uomo di 55 anni, viene aggredito dalla malattia e sfiorato dalla morte.

E allora, proprio quando si è in un letto d’ospedale, quando si ha la sfortuna di avere un incontro ravvicinato con la morte, ci si rende conto di come la vita sia un dono inestimabile, non sempre apprezzato e custodito come si dovrebbe. La malattia ti permette di vedere il mondo rovesciato, un modo per vederlo meglio anche negli interstizi. “Prima osservavo l’erba che spunta fuori - dice Lajolo - ora sono riuscito a vederla dalla parte delle radici nascoste nella terra”. Forse solo quando la vita è legata ad un filo e la malattia ti rende nuovamente bambino, si riesce a guardare e giudicare gli uomini e le cose con vero distacco, con quella lucidità di pensiero che in altre occasioni viene offuscata dall’odio, dagli opportunismi, dagli interessi, dalla cattiveria; la malattia acuisce la sensibilità, ti trasporta in una diversa dimensione, ti eleva al di sopra delle miserie umane.

Scorrendo le pagine del libro, si ha come la sensazione che la paura del protagonista per la sua infermità si mescoli all’ orrore della guerra, che lui rivive come in un sogno, quella guerra che mandava gli uomini a morire in terre lontane per cercare chissà quale impossibile impero. Ricordi e fantasmi tornano a fargli ripercorrere le tappe della vita. Nel deliquio spuntano da una lontananza infinita i ricordi del suo amato paese (Vinchio), custode geloso dei suoi affetti familiari e della sua fanciullezza. “Come mi incantava il mio paese...in quel letto bianco della clinica anche soltanto nell’onda di quei ricordi tornavo a sentire il sapore dolce e amaro della mia terra. Allora voleva dire che c’era ancora un filo di speranza: non potevo morire”. Lo scrittore rivive i suoi innumerevoli viaggi nelle capitali di tutto il mondo: Mosca, Pechino, Calcutta....Riaffiorano nella sua memoria gli amici, i colleghi di lavoro, la sua attività politica. Ripensa alle migliaia di libri letti, soffermandosi su quelli che gli avevano dato di più. E riscopre le piccole cose dell’esistenza, con caparbietà, con forza, con ottimismo. Un libro molto intenso, dolce e amaro nello stesso tempo, che ci parla della malattia e della morte, per raccontarci la vita.

sabato 29 aprile 2017

Proust come Maradona



Certi libri, per la loro elevata dimensione artistica e letteraria e per la loro compiutezza e superiorità di stile e contenuto, hanno la straordinaria capacità di farti sentire davvero piccolo, perché la tua mente non sarebbe mai capace di concepirli. Sono libri che ti obbligano al silenzio e al rispetto. Penso all’Odissea; penso alla Divina Commedia; penso ai Saggi di Montaigne. Quando ti trovi al cospetto di opere letterarie universalmente riconosciute, non puoi che accettarle senza discutere, perché ti sovrastano e ti dominano. Ti piacciano o meno. E penso anche “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust, il cui titolo così suggestivo - che rimanda al tempo, il padrone predestinato della nostra esistenza - potrebbe da solo spalancare le porte dei ricordi a tutti noi. E’ un’opera immensa, senza eguali, la cui mole di 3850 pagine (cofanetto Einaudi in 8 volumi) rappresenta uno spauracchio per tutti coloro che vogliano iniziarne la lettura. Ma chi ama davvero i libri importanti ed eterni non dovrebbe lasciarsi spaventare dalla dimensione cartacea di quest’opera. E allora, abbandoniamo per un momento le insulse e facili  letture che ci vengono propinate dalle classifiche dei “più letti”, e tentiamo un approccio “alla ricerca del tempo perduto”. E’ come se un appassionato di calcio si limitasse a guardare soltanto le partite tra scapoli e ammogliati senza aver mai visto un gol o un dribling di Maradona. Proust è il Maradona della letteratura. Proust sapeva giocare in maniera divina con le parole, come Maradona con un pallone. Entrambi accomunati da una sola caratteristica: la genialità creativa.

Devo dire che dei sette volumi di cui si compone “la recherche” dello scrittore francese, ho letto solo i primi due: “Dalla parte di Swann” e “All’ombra delle fanciulle in fiore”. Ma non mi sono arreso: ho ancora tempo per continuare. Mentirei, però, se dicessi che la lettura è semplice e scorrevole; al contrario risulta impegnativa e, spesso, faticosa e richiede una dote invidiabile di pazienza. I periodi, come è nello stile di Proust, sono lunghi, molto articolati, complessi. Capita pure di doverli rileggere due volte, per poterli afferrare. I suoi personaggi sembrano statici e te li porti dietro per pagine e pagine attraverso minuziose descrizioni e dotte disquisizioni. Da questa lettura a volte ne esci distrutto… affaticato…: è come se un corpo contundente ti colpisse e ti lasciasse indolenzito. Altre volte, invece, questa spossatezza ti appaga: è come ritornare a casa, stanco ma felice, dopo aver scalato una montagna. E’ un libro che lascia un segno indelebile sul tuo spirito: ti annichilisce e ti sovrasta. Non puoi giudicarlo. Ti fa capire quanto grande sia l’autore e quanto “piccolo” sei tu di fronte a lui. E, soprattutto, ti fa comprendere perché alcuni uomini – come Proust - saranno sempre ricordati nell’eternità: per il loro ingegno, per la loro grande capacità ed abilità nel saper usare le parole.

mercoledì 19 aprile 2017

Sofferenza e felicità nella poesia



Vittorio Sgarbi è un personaggio pubblico molto controverso, amato e detestato, le cui parole rivolte ai temi politici – scritte nei suoi interventi giornalistici oppure urlate in televisione – appaiono il più delle volte bizzarre e discutibili; parole che diventano, invece, assai godibili quando riguardano l’arte in tutte le sue espressioni. Ho letto diversi suoi libri. Egli sostiene che esiste un nesso inscindibile tra poesia e sofferenza interiore, perché nessuno meglio di un poeta che soffre sa elevare in versi le sue angosce, le sue paure, i suoi patimenti.  Per la gioia di quanti amano la poesia. E allora, sembra quasi che per piacere e per attirare l’attenzione degli animi più sensibili, una poesia debba nascere da un dispiacere profondo, debba essere l’espressione di un animo inquieto e tormentato. Sembra quasi che il dolore sia materia d’ispirazione per chi si accinge a scrivere e che il poeta sia destinato a soffrire per rendere felici i suoi lettori attraverso i suoi versi.

Se Leopardi – afferma Sgarbi - fosse stato un uomo bellissimo e non quello scarto umano che tanta sofferenza gli procurava, non avrebbe mai potuto deliziarci e commuoverci con i suoi versi dedicati all’amata Silvia; se la Dickinson, sempre chiusa in casa da sola, avesse avuto alle spalle una vita tranquilla e felice all’interno di un normale matrimonio borghese, probabilmente non ci avrebbe regalato quelle pagine così toccanti, frutto della sua sofferenza. Costoro, proprio perché non hanno mai conosciuto la felicità e non hanno mai avuto una vita normale, sono riusciti ad attribuire una gioiosa disposizione d’animo alla pagina scritta, restituendo a noi la felicità attraverso la loro infelicità. Perché le condizioni difficili stabiliscono, molte volte, la base di emozioni straordinarie, perché la poesia trasmette sempre felicità, anche quando scaturisce dal dolore. Insomma, ciò che noi afferriamo in una poesia di Leopardi o della Dickinson, secondo Sgarbi, non è la sofferenza o l’intimo travaglio che sta alle loro spalle, ma l’ energia e la bellezza delle parole che ci esaltano e ci inebriano, indipendentemente dal loro contenuto di tristezza.

Vale la pena, perciò, trarre vantaggio e piacere dalla sofferta esperienza di vita di chi sa nobilitare le sue pene attraverso la poesia, dato che nessuno meglio di chi è stato infelice può darci insegnamenti di quotidiana felicità.

martedì 11 aprile 2017

Missile e coltello


di Guido Ceronetti


Il missile trasforma in vittima una città intera, il coltello un uomo per volta.

I missili non si sa mai dove vanno a finire, il coltello arriva al cuore.

Col prezzo di un solo missile, si compera un miliardo di bellissimi coltelli.

Un vero sicario si sentirebbe disonorato, messo a servire in una batteria missilistica.

Il terrore sparso facendo una quantità di rumore non produce gli effetti squisiti di un terrorismo silenzioso.

Abbiamo sperimentato ormai le limitate possibilità del missile, mentre restano intatte nell’ombra le sempre nuove applicazioni pratiche del coltello.

Un bunker blindatissimo imperforabile da qualsiasi missile, si fonde alla vista di un coltello.

Non s’impara nulla, o ben poco, dal manovrare missili, molto invece dall’esercitarsi con coltelli.

Il missile è tenuto nascosto anche agli amici, ma ai veri amici non può essere celato nessun coltello.

Per piantare il coltello ci vogliono volontà, forza e buona disposizione; intorno al missile non c’è che un mucchietto di diplomi di laurea con lode.

Dio conosce chi uccide di coltello, ma i tecnici di missili neppure per lui hanno un nome.

Dio non dimentica le vittime dei coltelli, ma le vittime di missile svaporano dalla sua memoria.

Dio si sente sfidato da chi alza il coltello su un altro uomo, ma nella partenza di un missile verso il bersaglio non indovina nessuna volontà di provocarlo.

Satana s’immischia sempre in affari di coltello, ma abbandona i missili al loro nulla.

In un mazzo di fiori si può occultare benissimo un coltello, ma un missile infiorato è inimmaginabile.

Una potenza mondiale veramente intelligente lascia arrugginire i suoi missili teleguidati ma terrà pronti sempre, bagliori nella notte, immensi, temutissimi, arsenali di coltelli.

Un uomo che cammina di notte si guarda dai coltelli, ma pensa ai missili con perfetta indifferenza.

Sempre si racconteranno storie di coltelli; i missili esistono ma nessuno ne narra storie.

Si è orgogliosi di essere sopravvissuti a ferite di coltello, ma nessuno mostra cicatrici da missile.

Chi s’inquieta del futuro, ha da temere, più che missili, i coltelli.

martedì 4 aprile 2017

Un premio Nobel dimenticato: Grazia Deledda



“Siamo canne, e la sorte è il vento”

Non avevo ancora letto nessun libro di Grazia Deledda, finora l’unica scrittrice italiana ad aver vinto - nel 1926 - il premio Nobel per la letteratura. Icona della nostra identità culturale nel mondo, sebbene abbia trattato sempre tematiche legare alla sua terra d’origine, l’autrice sarda appare dimenticata ed emarginata nel panorama culturale dei nostri tempi.
Leggendo “Canne al vento” (Oscar Mondadori, 1977), forse il suo romanzo più noto, ho potuto colmare questa mia grave lacuna letteraria, che mi portavo dietro dai tempi del liceo, quando la Deledda rientrava nei programmi scolastici. Devo dire, peraltro, che le vicende ivi narrate mi hanno riportato al libro Sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi, a conferma di una tesi molto suggestiva secondo cui ogni libro racchiude tra le sue pagine un altro libro, per via di palesi analogie narrative. Tant’è che mi viene spontaneo domandarmi - nel caso specifico - se lo scrittore toscano, nel costruire lo schema narrativo della sua opera, non si sia ispirato al romanzo della Deledda. In entrambi i libri, infatti, la storia ruota intorno a tre sorelle (zitelle) e al loro esuberante nipote (figlio di una quarta sorella deceduta); questo nipote, facendo irruzione improvvisamente nella loro grigia e monotona esistenza, oltre a sconvolgere quel quieto vivere, le porterà al dissesto finanziario. Naturalmente i luoghi in cui sono ambientate le storie sono differenti: nel primo caso ci troviamo in un sobborgo di Firenze nei primi anni del ‘900, in Canne al vento, invece, scorgiamo la Sardegna arcaica di fine Ottocento. Così come diverso appare lo stile narrativo: ironico e velato di malinconia crepuscolare quello di Palazzeschi, realistico e lirico lo stile della Deledda. I due narratori, tuttavia, sembrano accomunati da uno stesso obiettivo: raccontare un mondo al femminile, chiuso e insofferente al cambiamento, in cerca comunque di uno sbocco alla sua perenne insoddisfazione.
Le sorelle Pintor – questo il nome che esce dalla penna di Grazia Deledda in Canne al vento - sono discendenti di un’antica e nobile famiglia decaduta. Esse vivono chiuse dentro casa in attesa di mariti degni del loro lignaggio, asservite a un padre-padrone che le tratta come schiave. “E come schiave esse dovevano lavorare – leggiamo nel libro - fare il pane, tessere, cucire, cucinare, saper custodire la loro roba: e soprattutto non dovevano sollevare gli occhi davanti agli uomini, né permettersi di pensare ad uno che non fosse destinato per loro sposo”. E proprio per liberarsi da quella oppressione, una di loro era fuggita dalla casa paterna, alla ricerca di libertà e indipendenza e non si era più saputo nulla di lei. Il fatto aveva destato vergogna e scalpore perché mai nel paese era accaduto uno scandalo uguale, mai una fanciulla nobile e beneducata era fuggita così.
Il romanzo è gremito da una variegata e dolente umanità, esposta alle dure fatiche del vivere quotidiano. Ma la figura che assume maggiore dignità letteraria, fulcro della narrazione, è sicuramente il servo fedele (Efix) che oltre a coltivare il podere, unico sostentamento della famiglia, provvede anche alla protezione delle tre sorelle. Egli nasconde dentro di sé un segreto (che poi è anche una colpa) che lo divora e lo tormenta: è l’unico a sapere la verità sulla scomparsa della quarta sorella e sulla misteriosa morte del loro padre. E con l’arrivo dal Continente del nipote (Giacinto), tutto sembra precipitare e peggiorare.

La Deledda racconta un mondo arcaico e fuori dal tempo, sorretto da uno spirito cristiano imbevuto di superstizione e di peccato, con le sue dure leggi morali; un mondo contratto nella sua secolare immutabilità e nelle sue rigide e ricorrenti consuetudini: il lavoro nei campi, le controversie e le difficoltà familiari; e poi le maldicenze del paese, le feste, i matrimoni e i balli intorno alle chiesette campestri. E in questa apparente normalità si consuma il doloroso e tragico destino di una comunità. Come canne al vento.

lunedì 20 marzo 2017

Consigli ai politici



Lo confesso: non riesco a farmi piacere la politica né i suoi diretti rappresentanti governativi ed istituzionali. Per rincuorarmi o per avere un atteggiamento positivo nei confronti di questa particolare categoria di soggetti dovrei, forse, rifugiarmi nelle antiche civiltà del passato quando a fare politica venivano chiamati soprattutto gli uomini migliori, i saggi e i filosofi. Chi oggi “scende in campo” per dedicarsi alla res publica non deve avere remore morali e non deve essere dotato di alcuna preparazione specifica: basta che sia furbo e arrogante, magniloquente e senza dignità, amante del potere e dei soldi e privo di vergogna. E che abbia l’abilità di saltare, all’occorrenza, sul carro del vincitore. Tutto il resto arriva dopo: clientele, ruberie, corruzione, arricchimenti personali con i soldi pubblici. Qualcuno dirà: ma in politica esistono anche le persone perbene e oneste, sensibili al ruolo istituzionale per il quale sono state chiamate. Giusto! ci mancherebbe!! Il problema è che quest’ultimi non fanno nulla per allontanarsi dalle malefatte dei primi: li difendono, li coprono, li giustificano... li abbracciano. E li salvano anche di fronte ad un terzo grado di giudizio, calpestando la legge. E allora diventa davvero difficile distinguere i buoni dai cattivi.
E’ noto che la corruzione, il malgoverno, i privilegi a favore della “casta politica” non sono mali che riguardano esclusivamente i tempi moderni. No, perché i favoritismi, il do ut des, gli appoggi agli amici degli amici e gli interessi personali esistevano già nell’antica Grecia, la culla della democrazia, e poi nell’antica Roma. Tant’è che lo storico greco Plutarco indirizzò agli uomini politici del suo tempo una serie di consigli con intenti pratici e morali. Oggi tali scritti, in considerazione dei principi che vi troviamo illustrati, appaiono di straordinaria stringente attualità. In sostanza Plutarco dice che l’ingresso in politica deve essere determinato non già da una infatuazione dettata da vanagloria o spirito di rivalità ma da una volontà chiara e consapevole di operare per il bene comune e di “fare qualcosa di nobile” . E che non bisogna usare tale trampolino per arricchirsi. Il politico - dice sempre Plutarco – deve scegliersi dei collaboratori molto competenti, specialmente in quei settori in cui lui non ha capacità specifiche, tenendo presente che la corruzione è sempre in agguato e che è il male peggiore, la morte della democrazia. Ritiene, inoltre, riprovevole quel comportamento plateale tenuto dai politici nei pubblici dibattiti (i nostri talk show televisivi…) e a tal proposito scrive: “vi sono anche di quelli che, smaniosi di popolarità e ammalati di protagonismo, affrontano gli avversari in pubblici dibattiti come se fossero attori di teatro…”. La dote fondamentale del politico, secondo il filosofo greco, deve essere la trasparenza, una condotta esemplare da tenere non solo in pubblico, nell’esercizio delle proprie funzioni, ma anche nella vita privata, affinché sia immune da qualsiasi biasimo o accusa: “la gente infatti, - scrive Plutarco - è curiosa di sapere non solo quello che fa o dice in pubblico, ma anche cosa mangia, dove e con chi, quali sono i suoi amori, come va il suo matrimonio, qualunque fatto, insomma, sia esso frivolo o serio, che investa la sua sfera personale”.

E possiamo solo immaginare cosa avrebbe pensato il tribuno dell’antica Roma Livio Druso delle attuali intercettazione telefoniche, per le quali oggi i nostri politici (si fa per dire) chiedono severe restrizioni (ma basterebbe non delinquere mentre si parla al telefono…). Plutarco narra che questo tribuno, eletto dall’assemblea del popolo – il quale, tra l’altro, aveva il potere di invalidare le sentenze dei magistrati ritenute lesive dei diritti di un plebeo - “avendogli un artigiano proposto, per cinque soli talenti, di orientare e sistemare diversamente quelle parti della sua abitazione ch’erano esposte alla vista dei vicini, rispose: te ne darò dieci se renderai trasparente tutta la mia casa, affinché tutti i cittadini possano vedere come vivo”.
Altri tempi!!…altri politici!!