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venerdì 19 maggio 2017

Giovanni Boldini, il ritrattista della "Belle Epoque"

ritratto lady Colin Campbell


Io credo che nessun artista,  meglio del pittore ferrarese Giovanni Boldini, abbia saputo interpretare i gusti e i desideri dell’aristocrazia europea, durante quel particolare periodo storico ed artistico che va sotto il nome di “Belle Epoque”, negli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Un periodo caratterizzato da prosperità e rinnovamento culturale, condizioni queste che trasparivano soprattutto nelle grandi capitali europee, ed in particolar modo nella capitale francese dove, appunto, era stata coniata la felice espressione di “epoca bella”. Era la Parigi di fine Ottocento - crocevia di artisti e letterati, (spesso squattrinati) in cerca di successo - con i suoi boulevards, con i suoi ricchi caffè all’aperto, dove era possibile incontrare le celebrità del tempo, con i suoi musei, con i suoi ristoranti e salotti eleganti; una città frizzante, piena di vita e di arte che non poteva non attrarre l’irrequieto e cosmopolita artista italiano.
Boldini giunse a Parigi nel 1871, per rimanervi fino alla sua morte avvenuta nel 1931. Egli - in breve tempo – sfruttando le sue indiscusse qualità artistiche ed inserendosi abilmente negli ambienti più esclusivi di Parigi, riuscì a legittimare il proprio successo professionale diventando l’indiscusso cantore di quella società blasonata e opulenta, i cui degni rappresentanti facevano a gara per farsi ritrarre da lui. E lui – il piccolo uomo (era alto solo 1 metro e 54 cm.) ma grande artista, esaudiva ogni loro richiesta, con maestria e con eleganza, dipingendo ogni aspetto della vita parigina, pur prediligendo i ritratti.

Il risultato è testimoniato dalla bellissima mostra allestita presso il Vittoriano di Roma, dove sono esposti oltre 150 dipinti - rappresentativi dell’arte pittorica di Boldini e di alcuni rilevanti artisti, suoi contemporanei, come Corcos, De Nittis, Signorini, Zandomeneghi ed altri - provenienti dai più importanti musei europei e da numerose collezioni private. Io credo che siano soprattutto le donne, affascinanti e sensuali, nude in pose provocanti o avvolte in abiti lussuosi, il soggetto prediletto dei quadri di Boldini e la maggiore attrattiva della mostra. Se dovessi scegliere i tre ritratti che più hanno colpito la mia immaginazione - per la sensualità e l’eleganza che esprimono oltre che per la capacità di introspezione psicologica impressa da Boldini  sulla tela - non avrei dubbi: il primo è il ritratto della statuaria e bellissima lady Colin Campbell, giornalista e scrittrice irlandese: meravigliosamente seducente; il secondo, la grande tela dedicata a “Donna Franca” - così chiamata da Gabriele D’annunzio (mentre per i siciliani era semplicemente la regina) – una giovane signora dal fascino straripante, moglie dell’industriale siciliano Ignazio Florio, che commissionò il ritratto. Si racconta che, a lavoro ultimato, Don Ignazio rifiutò sdegnosamente il quadro perché la moglie vi appariva troppo sensuale, intimando a Boldini di modificarlo.
ritratto Donna Franca Florio
Come dire che a volte la pittura – come d’altronde la parola - può colpire e ferire più della spada. E poi c’è il celeberrimo ritratto di Giuseppe Verdi, vera icona dell’immaginario collettivo. Tu lo guardi, incantato, e ti sembra di sentire, in lontananza, un coro sommesso ed elegiaco: “va, pensiero, sull’ali dorate…”. La potenza dell’arte!
ritratto Giuseppe Verdi
 

lunedì 8 maggio 2017

Essere sfiorati dalla morte



Vincitore del Premio Viareggio nel 1977 – anno in cui fu pubblicato per la prima volta da Rizzoli – il romanzo Veder l’erba dalla parte delle radici” ripercorre, a ritroso, la vita dello scrittore, giornalista e politico piemontese Davide Lajolo (nato a Vinchio nel 1912 e morto a Milano nel 1984). La voce narrante è quella dello stesso autore: proviene dal letto di una clinica romana, dove era stato ricoverato a seguito di un infarto. Oltre che una sofferta vicenda personale, il racconto è anche un insieme di illuminanti riflessioni sulla malattia e sulla morte, sull’amicizia e sulla famiglia, sulle passioni, sugli ideali politici e sul potere, che generano dubbi e scalfiscono certezze, stimolando interrogativi su quelli che sono i veri valori dell’umana esistenza.

"Di vita ne avevo vissuta tanta, e non avevo perso un giorno - scrive l’autore nel suo libro - non avevo mai lasciato impigrire né il sentimento né la ragione, avevo imparato a vivere, conosciuto il mondo, avevo attraversato tutto quello che un uomo attivo può attraversare”. Poi, all’improvviso, quell’uomo di umili origini, che aveva dapprima abbracciato la propaganda fascista per poi allontanarsene e passare alla lotta partigiana, che era passato da un campo di battaglia all’altro durante la seconda guerra mondiale, che aveva conosciuto grandi condottieri di uomini come Togliatti, Mao Tse Tung, Ciu-En-Laj, che aveva incrociato le sue idee con i più grandi letterati del suo tempo come Cesare Pavese, Alfonso Gatto, Carlo Levi, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Sartre e tanti altri, che aveva portato avanti le sue battaglie politiche occupando un posto rilevante alla Camera dei Deputati, che aveva diretto un grande giornale come l’Unità, all’improvviso, quell’uomo di 55 anni, viene aggredito dalla malattia e sfiorato dalla morte.

E allora, proprio quando si è in un letto d’ospedale, quando si ha la sfortuna di avere un incontro ravvicinato con la morte, ci si rende conto di come la vita sia un dono inestimabile, non sempre apprezzato e custodito come si dovrebbe. La malattia ti permette di vedere il mondo rovesciato, un modo per vederlo meglio anche negli interstizi. “Prima osservavo l’erba che spunta fuori - dice Lajolo - ora sono riuscito a vederla dalla parte delle radici nascoste nella terra”. Forse solo quando la vita è legata ad un filo e la malattia ti rende nuovamente bambino, si riesce a guardare e giudicare gli uomini e le cose con vero distacco, con quella lucidità di pensiero che in altre occasioni viene offuscata dall’odio, dagli opportunismi, dagli interessi, dalla cattiveria; la malattia acuisce la sensibilità, ti trasporta in una diversa dimensione, ti eleva al di sopra delle miserie umane.

Scorrendo le pagine del libro, si ha come la sensazione che la paura del protagonista per la sua infermità si mescoli all’ orrore della guerra, che lui rivive come in un sogno, quella guerra che mandava gli uomini a morire in terre lontane per cercare chissà quale impossibile impero. Ricordi e fantasmi tornano a fargli ripercorrere le tappe della vita. Nel deliquio spuntano da una lontananza infinita i ricordi del suo amato paese (Vinchio), custode geloso dei suoi affetti familiari e della sua fanciullezza. “Come mi incantava il mio paese...in quel letto bianco della clinica anche soltanto nell’onda di quei ricordi tornavo a sentire il sapore dolce e amaro della mia terra. Allora voleva dire che c’era ancora un filo di speranza: non potevo morire”. Lo scrittore rivive i suoi innumerevoli viaggi nelle capitali di tutto il mondo: Mosca, Pechino, Calcutta....Riaffiorano nella sua memoria gli amici, i colleghi di lavoro, la sua attività politica. Ripensa alle migliaia di libri letti, soffermandosi su quelli che gli avevano dato di più. E riscopre le piccole cose dell’esistenza, con caparbietà, con forza, con ottimismo. Un libro molto intenso, dolce e amaro nello stesso tempo, che ci parla della malattia e della morte, per raccontarci la vita.

sabato 29 aprile 2017

Proust come Maradona



Certi libri, per la loro elevata dimensione artistica e letteraria e per la loro compiutezza e superiorità di stile e contenuto, hanno la straordinaria capacità di farti sentire davvero piccolo, perché la tua mente non sarebbe mai capace di concepirli. Sono libri che ti obbligano al silenzio e al rispetto. Penso all’Odissea; penso alla Divina Commedia; penso ai Saggi di Montaigne. Quando ti trovi al cospetto di opere letterarie universalmente riconosciute, non puoi che accettarle senza discutere, perché ti sovrastano e ti dominano. Ti piacciano o meno. E penso anche “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust, il cui titolo così suggestivo - che rimanda al tempo, il padrone predestinato della nostra esistenza - potrebbe da solo spalancare le porte dei ricordi a tutti noi. E’ un’opera immensa, senza eguali, la cui mole di 3850 pagine (cofanetto Einaudi in 8 volumi) rappresenta uno spauracchio per tutti coloro che vogliano iniziarne la lettura. Ma chi ama davvero i libri importanti ed eterni non dovrebbe lasciarsi spaventare dalla dimensione cartacea di quest’opera. E allora, abbandoniamo per un momento le insulse e facili  letture che ci vengono propinate dalle classifiche dei “più letti”, e tentiamo un approccio “alla ricerca del tempo perduto”. E’ come se un appassionato di calcio si limitasse a guardare soltanto le partite tra scapoli e ammogliati senza aver mai visto un gol o un dribling di Maradona. Proust è il Maradona della letteratura. Proust sapeva giocare in maniera divina con le parole, come Maradona con un pallone. Entrambi accomunati da una sola caratteristica: la genialità creativa.

Devo dire che dei sette volumi di cui si compone “la recherche” dello scrittore francese, ho letto solo i primi due: “Dalla parte di Swann” e “All’ombra delle fanciulle in fiore”. Ma non mi sono arreso: ho ancora tempo per continuare. Mentirei, però, se dicessi che la lettura è semplice e scorrevole; al contrario risulta impegnativa e, spesso, faticosa e richiede una dote invidiabile di pazienza. I periodi, come è nello stile di Proust, sono lunghi, molto articolati, complessi. Capita pure di doverli rileggere due volte, per poterli afferrare. I suoi personaggi sembrano statici e te li porti dietro per pagine e pagine attraverso minuziose descrizioni e dotte disquisizioni. Da questa lettura a volte ne esci distrutto… affaticato…: è come se un corpo contundente ti colpisse e ti lasciasse indolenzito. Altre volte, invece, questa spossatezza ti appaga: è come ritornare a casa, stanco ma felice, dopo aver scalato una montagna. E’ un libro che lascia un segno indelebile sul tuo spirito: ti annichilisce e ti sovrasta. Non puoi giudicarlo. Ti fa capire quanto grande sia l’autore e quanto “piccolo” sei tu di fronte a lui. E, soprattutto, ti fa comprendere perché alcuni uomini – come Proust - saranno sempre ricordati nell’eternità: per il loro ingegno, per la loro grande capacità ed abilità nel saper usare le parole.

mercoledì 19 aprile 2017

Sofferenza e felicità nella poesia



Vittorio Sgarbi è un personaggio pubblico molto controverso, amato e detestato, le cui parole rivolte ai temi politici – scritte nei suoi interventi giornalistici oppure urlate in televisione – appaiono il più delle volte bizzarre e discutibili; parole che diventano, invece, assai godibili quando riguardano l’arte in tutte le sue espressioni. Ho letto diversi suoi libri. Egli sostiene che esiste un nesso inscindibile tra poesia e sofferenza interiore, perché nessuno meglio di un poeta che soffre sa elevare in versi le sue angosce, le sue paure, i suoi patimenti.  Per la gioia di quanti amano la poesia. E allora, sembra quasi che per piacere e per attirare l’attenzione degli animi più sensibili, una poesia debba nascere da un dispiacere profondo, debba essere l’espressione di un animo inquieto e tormentato. Sembra quasi che il dolore sia materia d’ispirazione per chi si accinge a scrivere e che il poeta sia destinato a soffrire per rendere felici i suoi lettori attraverso i suoi versi.

Se Leopardi – afferma Sgarbi - fosse stato un uomo bellissimo e non quello scarto umano che tanta sofferenza gli procurava, non avrebbe mai potuto deliziarci e commuoverci con i suoi versi dedicati all’amata Silvia; se la Dickinson, sempre chiusa in casa da sola, avesse avuto alle spalle una vita tranquilla e felice all’interno di un normale matrimonio borghese, probabilmente non ci avrebbe regalato quelle pagine così toccanti, frutto della sua sofferenza. Costoro, proprio perché non hanno mai conosciuto la felicità e non hanno mai avuto una vita normale, sono riusciti ad attribuire una gioiosa disposizione d’animo alla pagina scritta, restituendo a noi la felicità attraverso la loro infelicità. Perché le condizioni difficili stabiliscono, molte volte, la base di emozioni straordinarie, perché la poesia trasmette sempre felicità, anche quando scaturisce dal dolore. Insomma, ciò che noi afferriamo in una poesia di Leopardi o della Dickinson, secondo Sgarbi, non è la sofferenza o l’intimo travaglio che sta alle loro spalle, ma l’ energia e la bellezza delle parole che ci esaltano e ci inebriano, indipendentemente dal loro contenuto di tristezza.

Vale la pena, perciò, trarre vantaggio e piacere dalla sofferta esperienza di vita di chi sa nobilitare le sue pene attraverso la poesia, dato che nessuno meglio di chi è stato infelice può darci insegnamenti di quotidiana felicità.

martedì 11 aprile 2017

Missile e coltello


di Guido Ceronetti


Il missile trasforma in vittima una città intera, il coltello un uomo per volta.

I missili non si sa mai dove vanno a finire, il coltello arriva al cuore.

Col prezzo di un solo missile, si compera un miliardo di bellissimi coltelli.

Un vero sicario si sentirebbe disonorato, messo a servire in una batteria missilistica.

Il terrore sparso facendo una quantità di rumore non produce gli effetti squisiti di un terrorismo silenzioso.

Abbiamo sperimentato ormai le limitate possibilità del missile, mentre restano intatte nell’ombra le sempre nuove applicazioni pratiche del coltello.

Un bunker blindatissimo imperforabile da qualsiasi missile, si fonde alla vista di un coltello.

Non s’impara nulla, o ben poco, dal manovrare missili, molto invece dall’esercitarsi con coltelli.

Il missile è tenuto nascosto anche agli amici, ma ai veri amici non può essere celato nessun coltello.

Per piantare il coltello ci vogliono volontà, forza e buona disposizione; intorno al missile non c’è che un mucchietto di diplomi di laurea con lode.

Dio conosce chi uccide di coltello, ma i tecnici di missili neppure per lui hanno un nome.

Dio non dimentica le vittime dei coltelli, ma le vittime di missile svaporano dalla sua memoria.

Dio si sente sfidato da chi alza il coltello su un altro uomo, ma nella partenza di un missile verso il bersaglio non indovina nessuna volontà di provocarlo.

Satana s’immischia sempre in affari di coltello, ma abbandona i missili al loro nulla.

In un mazzo di fiori si può occultare benissimo un coltello, ma un missile infiorato è inimmaginabile.

Una potenza mondiale veramente intelligente lascia arrugginire i suoi missili teleguidati ma terrà pronti sempre, bagliori nella notte, immensi, temutissimi, arsenali di coltelli.

Un uomo che cammina di notte si guarda dai coltelli, ma pensa ai missili con perfetta indifferenza.

Sempre si racconteranno storie di coltelli; i missili esistono ma nessuno ne narra storie.

Si è orgogliosi di essere sopravvissuti a ferite di coltello, ma nessuno mostra cicatrici da missile.

Chi s’inquieta del futuro, ha da temere, più che missili, i coltelli.

martedì 4 aprile 2017

Un premio Nobel dimenticato: Grazia Deledda



“Siamo canne, e la sorte è il vento”

Non avevo ancora letto nessun libro di Grazia Deledda, finora l’unica scrittrice italiana ad aver vinto - nel 1926 - il premio Nobel per la letteratura. Icona della nostra identità culturale nel mondo, sebbene abbia trattato sempre tematiche legare alla sua terra d’origine, l’autrice sarda appare dimenticata ed emarginata nel panorama culturale dei nostri tempi.
Leggendo “Canne al vento” (Oscar Mondadori, 1977), forse il suo romanzo più noto, ho potuto colmare questa mia grave lacuna letteraria, che mi portavo dietro dai tempi del liceo, quando la Deledda rientrava nei programmi scolastici. Devo dire, peraltro, che le vicende ivi narrate mi hanno riportato al libro Sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi, a conferma di una tesi molto suggestiva secondo cui ogni libro racchiude tra le sue pagine un altro libro, per via di palesi analogie narrative. Tant’è che mi viene spontaneo domandarmi - nel caso specifico - se lo scrittore toscano, nel costruire lo schema narrativo della sua opera, non si sia ispirato al romanzo della Deledda. In entrambi i libri, infatti, la storia ruota intorno a tre sorelle (zitelle) e al loro esuberante nipote (figlio di una quarta sorella deceduta); questo nipote, facendo irruzione improvvisamente nella loro grigia e monotona esistenza, oltre a sconvolgere quel quieto vivere, le porterà al dissesto finanziario. Naturalmente i luoghi in cui sono ambientate le storie sono differenti: nel primo caso ci troviamo in un sobborgo di Firenze nei primi anni del ‘900, in Canne al vento, invece, scorgiamo la Sardegna arcaica di fine Ottocento. Così come diverso appare lo stile narrativo: ironico e velato di malinconia crepuscolare quello di Palazzeschi, realistico e lirico lo stile della Deledda. I due narratori, tuttavia, sembrano accomunati da uno stesso obiettivo: raccontare un mondo al femminile, chiuso e insofferente al cambiamento, in cerca comunque di uno sbocco alla sua perenne insoddisfazione.
Le sorelle Pintor – questo il nome che esce dalla penna di Grazia Deledda in Canne al vento - sono discendenti di un’antica e nobile famiglia decaduta. Esse vivono chiuse dentro casa in attesa di mariti degni del loro lignaggio, asservite a un padre-padrone che le tratta come schiave. “E come schiave esse dovevano lavorare – leggiamo nel libro - fare il pane, tessere, cucire, cucinare, saper custodire la loro roba: e soprattutto non dovevano sollevare gli occhi davanti agli uomini, né permettersi di pensare ad uno che non fosse destinato per loro sposo”. E proprio per liberarsi da quella oppressione, una di loro era fuggita dalla casa paterna, alla ricerca di libertà e indipendenza e non si era più saputo nulla di lei. Il fatto aveva destato vergogna e scalpore perché mai nel paese era accaduto uno scandalo uguale, mai una fanciulla nobile e beneducata era fuggita così.
Il romanzo è gremito da una variegata e dolente umanità, esposta alle dure fatiche del vivere quotidiano. Ma la figura che assume maggiore dignità letteraria, fulcro della narrazione, è sicuramente il servo fedele (Efix) che oltre a coltivare il podere, unico sostentamento della famiglia, provvede anche alla protezione delle tre sorelle. Egli nasconde dentro di sé un segreto (che poi è anche una colpa) che lo divora e lo tormenta: è l’unico a sapere la verità sulla scomparsa della quarta sorella e sulla misteriosa morte del loro padre. E con l’arrivo dal Continente del nipote (Giacinto), tutto sembra precipitare e peggiorare.

La Deledda racconta un mondo arcaico e fuori dal tempo, sorretto da uno spirito cristiano imbevuto di superstizione e di peccato, con le sue dure leggi morali; un mondo contratto nella sua secolare immutabilità e nelle sue rigide e ricorrenti consuetudini: il lavoro nei campi, le controversie e le difficoltà familiari; e poi le maldicenze del paese, le feste, i matrimoni e i balli intorno alle chiesette campestri. E in questa apparente normalità si consuma il doloroso e tragico destino di una comunità. Come canne al vento.

lunedì 20 marzo 2017

Consigli ai politici



Lo confesso: non riesco a farmi piacere la politica né i suoi diretti rappresentanti governativi ed istituzionali. Per rincuorarmi o per avere un atteggiamento positivo nei confronti di questa particolare categoria di soggetti dovrei, forse, rifugiarmi nelle antiche civiltà del passato quando a fare politica venivano chiamati soprattutto gli uomini migliori, i saggi e i filosofi. Chi oggi “scende in campo” per dedicarsi alla res publica non deve avere remore morali e non deve essere dotato di alcuna preparazione specifica: basta che sia furbo e arrogante, magniloquente e senza dignità, amante del potere e dei soldi e privo di vergogna. E che abbia l’abilità di saltare, all’occorrenza, sul carro del vincitore. Tutto il resto arriva dopo: clientele, ruberie, corruzione, arricchimenti personali con i soldi pubblici. Qualcuno dirà: ma in politica esistono anche le persone perbene e oneste, sensibili al ruolo istituzionale per il quale sono state chiamate. Giusto! ci mancherebbe!! Il problema è che quest’ultimi non fanno nulla per allontanarsi dalle malefatte dei primi: li difendono, li coprono, li giustificano... li abbracciano. E li salvano anche di fronte ad un terzo grado di giudizio, calpestando la legge. E allora diventa davvero difficile distinguere i buoni dai cattivi.
E’ noto che la corruzione, il malgoverno, i privilegi a favore della “casta politica” non sono mali che riguardano esclusivamente i tempi moderni. No, perché i favoritismi, il do ut des, gli appoggi agli amici degli amici e gli interessi personali esistevano già nell’antica Grecia, la culla della democrazia, e poi nell’antica Roma. Tant’è che lo storico greco Plutarco indirizzò agli uomini politici del suo tempo una serie di consigli con intenti pratici e morali. Oggi tali scritti, in considerazione dei principi che vi troviamo illustrati, appaiono di straordinaria stringente attualità. In sostanza Plutarco dice che l’ingresso in politica deve essere determinato non già da una infatuazione dettata da vanagloria o spirito di rivalità ma da una volontà chiara e consapevole di operare per il bene comune e di “fare qualcosa di nobile” . E che non bisogna usare tale trampolino per arricchirsi. Il politico - dice sempre Plutarco – deve scegliersi dei collaboratori molto competenti, specialmente in quei settori in cui lui non ha capacità specifiche, tenendo presente che la corruzione è sempre in agguato e che è il male peggiore, la morte della democrazia. Ritiene, inoltre, riprovevole quel comportamento plateale tenuto dai politici nei pubblici dibattiti (i nostri talk show televisivi…) e a tal proposito scrive: “vi sono anche di quelli che, smaniosi di popolarità e ammalati di protagonismo, affrontano gli avversari in pubblici dibattiti come se fossero attori di teatro…”. La dote fondamentale del politico, secondo il filosofo greco, deve essere la trasparenza, una condotta esemplare da tenere non solo in pubblico, nell’esercizio delle proprie funzioni, ma anche nella vita privata, affinché sia immune da qualsiasi biasimo o accusa: “la gente infatti, - scrive Plutarco - è curiosa di sapere non solo quello che fa o dice in pubblico, ma anche cosa mangia, dove e con chi, quali sono i suoi amori, come va il suo matrimonio, qualunque fatto, insomma, sia esso frivolo o serio, che investa la sua sfera personale”.

E possiamo solo immaginare cosa avrebbe pensato il tribuno dell’antica Roma Livio Druso delle attuali intercettazione telefoniche, per le quali oggi i nostri politici (si fa per dire) chiedono severe restrizioni (ma basterebbe non delinquere mentre si parla al telefono…). Plutarco narra che questo tribuno, eletto dall’assemblea del popolo – il quale, tra l’altro, aveva il potere di invalidare le sentenze dei magistrati ritenute lesive dei diritti di un plebeo - “avendogli un artigiano proposto, per cinque soli talenti, di orientare e sistemare diversamente quelle parti della sua abitazione ch’erano esposte alla vista dei vicini, rispose: te ne darò dieci se renderai trasparente tutta la mia casa, affinché tutti i cittadini possano vedere come vivo”.
Altri tempi!!…altri politici!!

lunedì 6 marzo 2017

La pancia non c’è più e… “Improvvisa la vita”



Chi ha qualche anno sulle spalle - come il sottoscritto - ricorderà certamente quel famoso spot pubblicitario degli anni ’70, in cui un signore di mezza età si ritrovava improvvisamente obeso e con una enorme pancia che gli impediva di conquistare una donna, salvo poi scoprire che aveva fatto solo un brutto sogno. E allora, felice per lo scampato pericolo, iniziava a saltare leggero come una piuma, urlando: “la pancia non c’è più…la pancia non c’è più!”. Mi è venuta in mente quella divertente scenetta televisiva leggendo il romanzo “Improvvisa la vita” di Ottiero Ottieri (ediz. Bompiani del 1987), dove anche il protagonista del libro - un cinquantenne scapolo in sovrappeso - è dotato di una pancia prominente “origine di tutti i suoi mali morali”. E, purtroppo per lui, non si tratta di un sogno. Alberto, questo il nome, è convinto che con quella ingombrante protuberanza che si porta avanti e di cui si vergogna non può mai piacere alle donne: e lui ha proprio bisogno di una moglie giovane e carina per riscattarsi non solo dal suo lavoro poco gratificante (è impiegato presso una casa editrice di Milano), ma anche dalla sua vita solitaria e dai suoi rapporti occasionali con le prostitute o con le rare amanti, da cui viene immancabilmente abbandonato. Per mettere la parola fine al suo invalidante problema esistenziale, decide di affrontare un percorso salutare che lo porterà, inizialmente, nel sud della Spagna, a Marbella, in un centro di benessere per ricchi chiamato “Casa della Respirazione". Lì scopre un posto davvero prodigioso dove si esercitano quei riti alla moda appannaggio esclusivo dell’alta società, finalizzati al raggiungimento di una perfetta forma fisica; il posto giusto dove la sua pancia - tra saune, massaggi, digiuni ed esercizi fisici – “sarebbe rientrata in dentro come una fisarmonica premuta”. E, per lui, finalmente sarebbe sbocciata improvvisa la vita. Inoltre – prima di proseguire il suo viaggio alla volta dell’Africa (Casablanca, Marrakech…) fa la corte, ma con scarsi e ridicoli risultati, prima ad una marsigliese e poi ad una enigmatica olandese, di cui si innamora.
Ottieri, il “notissimo sconosciuto” – come ebbe a scrivere di lui la critica letteraria Carla Benedetti – era uno scrittore che apparteneva a quella corrente letteraria che va sotto il nome di letteratura industriale, di cui facevano parte autori come Bianciardi, Volponi, Primo Levi, Parise ed altri. Infatti il romanzo “Donnarumma all’assalto” è il libro più conosciuto di Ottieri ( nato a Roma nel 1924 da genitori toscani e morto a Milano nel 2002), la cui storia ha origine proprio dalla sua diretta esperienza lavorativa, negli anni ’60, come capo del personale nella fabbrica Olivetti di Pozzuoli. Ma Ottieri è stato anche “narratore della psiche” (peraltro lui stesso si sottoponeva a sedute di psicoterapia), visto che con i suoi libri è riuscito ad indagare in profondità l’animo umano in tutte le sue innumerevoli sfaccettature, compresa quella ironica e burlesca che ritroviamo nel romanzo “Improvvisa la vita”. Il suo antieroe, protagonista del libro, appare come una contraddizione vivente perché è povero ma è andato a curarsi in una Casa per miliardari, è comunista ma odia la lotta di classe ed ha un padre missino, è un letterato ma non scrive e viene pagato per leggere i libri degli altri, ama le donne ma le teme e ne ha paura, cerca di vivere ma è ossessionato dalla morte. Credo che un individuo così non avrebbe sfigurato in un romanzo di Italo Svevo perché ricorda molto quella tipica figura sveviana che è l’inetto. Ed infatti, così come Zeno Cosini o Emilio Brentani risultano affetti da quella evidente incapacità di vivere appieno la propria esistenza, subendo gli eventi anziché dominarli, anche il personaggio che esce dalla penna di Ottieri tende a vivere più con la fantasia che nella realtà. Oppresso dalla sue frustrazioni, pieno di inibizioni e di insoddisfazioni, timido e impacciato per natura, il nostro Alberto è portato ad isolarsi e a dare tutte le responsabilità dei suoi fallimenti a quella sua maledetta pancia. Insomma, lui soggiace a quel condizionamento fisico anche se il suo vero problema è che  ha difficoltà ad intrattenere normali rapporti con gli altri ed in particolare con il sesso femminile. Ama le donne, sente forte il richiamo del loro fascino, vorrebbe intraprendere una giusta ed appagante relazione sentimentale, tuttavia quando si ritrova a dover dare il meglio di sé, si blocca in maniera imbarazzante. E l’autore, anziché soccorrerlo ed assisterlo per questa sua evidente inadeguatezza, sembra invece volerlo quasi canzonare e divertirsi beffardamente alle sue spalle. Ma per fortuna c’è il lettore il quale non può che venire incontro a questo panciuto personaggio – specchio emblematico dei suoi fallimenti - offrendogli la sua solidarietà e la sua umana simpatia. Lo scrittore, con una prosa scorrevole, porta avanti un racconto godibilissimo, dominato dal gioco sottile dell’ironia con scenari narrativi che vanno dal malinconico al grottesco. E con un finale che nessuno si aspetta.

martedì 28 febbraio 2017

La Sardegna di Giuseppe Dessì "tanto vecchia e tanto lontana"



Giuseppe Dessi è uno scrittore poco conosciuto al grande pubblico dei lettori – ed al pubblico giovanile in particolare - nonostante sia da annoverare tra i grandi narratori del Novecento italiano. Credo, inoltre, che i suoi libri siano ormai quasi tutti “fuori catalogo” e non vengano più stampati. Chissà secondo quali perverse strategie commerciali, oggi, un editore può permettersi il lusso di rinunciare alle sue opere letterarie, vista la buona qualità della sua prosa. Una prosa chiara, suggestiva, poetica che si legge con piacere. Ho iniziato ad apprezzare questo autore leggendo, qualche tempo fa, quello che forse è considerato il suo romanzo più importante, con cui vinse nel 1972 il Premio Strega: Paese d’ombre. Dessì era nato a Villacidro, un grosso centro del sud della Sardegna, a cui rimase legato per tutta la vita e che fa da sfondo a tutte le sue opere. Questo piccolo mondo - metafora di una Sardegna arcaica e sotto certi aspetti defraudata - lo ritroviamo già nel suo primo romanzo “San Silvano”,  che segnerà il suo esordio narrativo. Lo scrittore sardo – così come spesso hanno fatto altri autori del passato – ha quasi sempre dato un nome di fantasia ai luoghi reali in cui collocava le vicende dei suoi romanzi, salvo poi spargere lungo il percorso narrativo tracce di un contesto facilmente identificabile, a lui noto e caro. Evidentemente, attraverso località non ben definite, Dessì preferiva non ingabbiare il lettore in rigide coordinate di riferimento che potessero in qualche maniera limitarne il racconto, lasciando così anche un ampio spazio di manovra alla sua appassionata immaginazione. Così facendo, il suo amato paese, Villacidro, diventa Norbio in “Paese d’ombre” per assumere poi il nome di San Silvano nell’omonimo romanzo che ho appena finito di leggere. E ancora una volta devo ringraziare quei mercatini dell’usato se ho potuto sfogliare questo libro, rifiutato in modo ostinato da una certa “modernità” che rincorre spasmodicamente solo le novità. Anche le più mediocri.

San Silvano è un racconto autobiografico costruito con frammenti di ricordi, un nostalgico atto d’amore nei confronti del paese dell’infanzia; è la trasposizione nella scrittura degli affetti familiari dell’autore, delle sue memorie giovanili, del suo amore struggente per una terra “tanto vecchia e tanto lontana”. Rappresenta, in estrema sintesi, una sorta di manifesto del suo essere orgogliosamente sardo. Qualsiasi paese, per chi ha la fortuna di averne uno, costituisce sempre un gioioso e sereno approdo nei momenti tristi e malinconici. Per Dessì, Villacidro era il suo buen retiro, la sua  “piccola patria”, capace di scatenare in lui sentimenti di forte passione ma anche di inevitabili contrasti. “Là sono diventato uomo – scriveva – là è la mia gente: case e tombe. Ma ciò che conta di più è che io, anche ora, se vado là, mi sento più forte, più intelligente, anzi onnisciente”. Sepolto nella memoria, San Silvano appare nei ricordi dello scrittore con i suoi ritmi lenti e con il suo silenzio, con le sue atmosfere serene e con i suoi ulivi enormi simili a pachidermi, chiusi nei campi cinti di muri a secco; e con quella tipica monotonia dei mesi estivi che rendeva immobile il paesaggio facendo quasi perdere la cognizione del tempo e degli avvenimenti. Un paese avvolto nella solitudine che sembrava essere la condizione persistente, l’ineludibile destino di ogni sardo. Eppure, Dessì si trovava a suo agio in quell’ambiente tagliato fuori dal mondo, aspro e selvaggio “come gli animali selvatici nel bosco e gli uccelli nell’aria”. Devo dire che San Silvano è un libro che ha una sua straordinaria forza evocatrice, capace di trasmettere nell’animo del lettore sensazioni e sentimenti, gli stessi provati dall’autore. E quel paese che scorgiamo tra le sue pagine, attraverso i ricordi del suo illustre figlio, ci appartiene perché diventa simbolicamente il nostro antico paese nativo, retaggio di un passato ormai perduto.

Anna Dolfi, nella sua introduzione al libro (Oscar Mondadori – ediz. del 1980) ha scritto che San Silvano è il libro “più intensamente poetico, più struggentemente disperato, più appassionatamente lucido, coraggioso, patetico (nell’accezione antica, silenziosa di pathos), tra quelli scritti da Giuseppe Dessì”.

venerdì 24 febbraio 2017

Come leggere un libro



Tre modi di leggere un libro, secondo Ennio Flaiano:

“La disattenzione è il modo più diffuso di leggere un libro, ma la maggior parte dei libri oggi non sono soltanto letti ma scritti con disattenzione. Oppure con un’attenzione che fa parte dell’intesa autore-lettore. Si legge come si fuma, per tenere occupate le mani e gli occhi. Libri già cominciano a trovarsi abbandonati sui sedili dei treni. Sono stati letti per abitudine, per noia, per orrore del vuoto e di se stessi. Tra i vizi, la lettura, come diceva Valery Larbaud è il vizio impunito, ma in certi casi smettere di leggere come di fumare può evitare gravi conseguenze.

Si può anche leggere un libro per sospetto e invidia. In questo caso il libro è troppo attraente, si pensa che avremmo potuto scriverlo addirittura noi e guadagnare fama e denaro. Bisognava soltanto pensarci. Si tratta di libri che ottengono grande successo, i “meglio-venduti”. Di solito centrano un falso problema, una situazione di moda, un punto di interesse e di attualità. Si fanno leggere, ansiosamente, con rabbia, e infine per poter continuare a dubitarne, ma anche per tentare di scoprire il segreto della loro gradevolezza. Dopo un paio d’anni, molti di questi libri, quando uno se li ritrova negli scaffali, ha voglia di buttarli via. Il fatto è che sono diventati brutti anche esteriormente, non hanno saputo invecchiare bene. Anzi, sono la prova che la bellezza di un libro come oggetto non può prescindere dal suo contenuto. Non c’è infatti sopruso maggiore di un libro stupido rilegato lussuosamente.

Il terzo modo di leggere un libro è il più semplice, ma è proprio dei grandi lettori. Si acquista con l’età, l’esperienza, oppure è un dono che si scopre in se stessi, da ragazzi, con la rivelazione delle prime letture. Si tratta di non abbandonare mai “quel” libro, di lasciarlo e riprenderlo, di “andarci a letto”. Ma poiché questo modo è suggerito soltanto dai grandi autori, col tempo si resta circondati soltanto da ottimi libri. E si diventa perfidi, si arriva a capire un libro nuovo ad apertura di pagina, a liberarsene subito. E se invece il libro convince, a lasciarlo per qualche tempo sempre a portata di mano, sul tavolo o sul comodino, poiché la sua sola vista procura un vero piacere, né si teme di finirli presto: lo scopo di questi libri è infatti di essere riletti, di farsi riprendere quando tutto va male, quando ci sembra che la verità possa esserci confermata non da quello che succede intorno a noi, ma da quello che è nelle pagine di un libro.
Tutti i grandi libri sono stati letti e continuano ad essere letti così. E’ più esatto dire che non si tratta di leggerli, ma di abitarli, di sentirseli addosso. Facendone il conto, ognuno trova che i suoi si riducono ad un centinaio, largheggiando. E molti di essi hanno aspettato anni e anni prima di essere ripresi, in un giorno di particolare disgusto esistenziale. Ma è la loro forza.”

 
Tratto da “Frasario Essenziale  per passare inosservati in società“
di Ennio Flaiano (Bompiani)

sabato 11 febbraio 2017

"Sorelle Materassi" di Aldo Palazzeschi



Alcuni libri della nostra letteratura sono ormai entrati a far parte dell’immaginario collettivo perché descrivono luoghi e personaggi quali metafore di una particolare condizione umana. Sono libri molto conosciuti - anche solo per sentito dire – che custodiscono simboli universali. “Sorelle Materassi” di Aldo Palazzeschi rientra tra queste opere, la cui storia è sinonimo di un’esistenza grigia, di un mondo femminile schivo e bigotto, dal sapore antico. E poi – diciamolo - quando si parla di “zitelle” la memoria non può che andare alle protagoniste di quel romanzo.

Ambientato in un sobborgo di Firenze nei primi anni del ‘900 e pubblicato per la prima volta da Vallecchi nel 1934, il libro narra le vicende di tre inseparabili sorelle: Teresa, Carolina e Giselda (le prime due sui cinquant’anni, la terza più giovane di una quindicina) a cui si deve aggiungere la fedele domestica Niobe. Costoro trascinano una vita piatta ed appartata nella grande casa ereditata dal padre: Teresa e Carolina – che non si sono mai sposate sebbene non siano “più brutte di tante altre che prendono marito” – sono delle esperte ricamatrici, specializzate in vestiti da sposa e altra biancheria di lusso, loro commissionata dalle facoltose famiglie fiorentine, mentre Giselda - respinta dal marito – è stata accolta nella loro casa, delusa dalla vita e dal matrimonio.

Le tre sorelle hanno accumulato, durante un’intera vita di lavoro, denaro senza accorgersene e non hanno mai pensato di allontanarsi  da quella loro filosofia di vita, godendosi magari qualche giorno di riposo o concedendosi una distrazione, un viaggio, un momento di divertimento. Niente di tutto questo. Le loro giornate trascorrono tutte uguali, tra merletti, ricami e pettegolezzi, osservando il via vai di persone che transitano sotto la loro finestra, “parlando di un passato amoroso inesistente che gonfiavano fino all’assurdo ispirate e sospinte dal passaggio delle coppie”. Conoscono gli uomini solo per sentito dire, mentre con le donne sono spietate e cattive: anche alle belle ed alle carine, un difettaccio glielo trovano sempre.

Tutto sembra scorrere liscio nella casa, con il solito tran tran quotidiano, fino al giorno in cui irrompe prepotentemente tra di loro il nipote Remo, rimasto solo al mondo, figlio di una quarta sorella morta ad Ancona, il quale finisce per sconvolgere quel saldo e duraturo equilibrio familiare. E’ un giovane dalla raffinatezza e dall’eleganza incomparabili. E poi è di una bellezza stupefacente. Io penso che nella finzione letteraria mai un personaggio maschile sia stato descritto in tale maniera, come il simbolo stesso della bellezza e visto come un vero e proprio Adone  “…soltanto nella scultura greca e in quella del rinascimento – leggiamo nel testo - ci è dato riscontrare campioni di questa specie: Leonardo, Michelangiolo, Donatello, il Verrocchio, ne sarebbero rimasti colpiti”. Ma ad esserne colpite ed ammaliate sono soprattutto Teresa e Carolina (un po’ di meno Giselda, forse perché aveva già avuto una brutta esperienza con il marito), che vengono travolte da un “bisogno cocente di dare, di dare a quel nipote piovuto dal cielo in mezzo ad esse, e che metteva nel loro animo inaridito tanta confusione”. E il nostro bellissimo Remo che fa? Si dimostra subito un gran furbacchione - per non dire altro - perché, resosi conto di essere l’oggetto prediletto delle zie, capace di risvegliare con la sua carnalità anche i loro sensi addormentati, sfrutta abilmente la favorevole situazione al fine di ottenere soldi e soddisfare così tutti i suoi desideri e le sue voglie improvvise. Insomma, a quel bisogno sincero, quasi materno, di “dare” che nasce nell’animo delle zie, si contrappone un bisogno sfrenato di “avere” da parte del nipote. E’ noto che esiste un principio secondo il quale non si può spendere più di quanto si guadagna; quando ciò avviene, fatalmente ci si caccia nei guai. E nei guai vanno a finire le povere sorelle Materassi, soggiogate agli ordini ed ai capricci di quel nipote opportunista.

Con questo romanzo dal sapore agrodolce, velato di malinconia crepuscolare, Palazzeschi ci regala – senza rinunciare alla sua proverbiale ironia - un grande affresco di un mondo al femminile, che appartiene ormai alla memoria del passato.

lunedì 6 febbraio 2017

"Io e Agata": il brillante esordio narrativo di Nicola Losito



“Sappiamo tutti quanto siano suscettibili e presuntuosi gli scrittori e io, sebbene non appartenga ancora a questa speciale consorteria umana, ho gli stessi loro difetti”
 
Sono un lettore tradizionale e non mi lascio irretire dai moderni strumenti elettronici. Mi piace troppo il libro cartaceo e l’idea di diventare un lettore “digitale”, di dover eventualmente modificare il mio approccio alla lettura non mi entusiasma affatto. Amo toccare la carta stampata, sentire il suo odore, quel fruscio della pagina che viene girata. Sensazioni, queste, che non si possono avvertire stando davanti ad uno schermo elettronico. Nonostante queste mie idiosincrasie, mi si è presentata l’occasione per leggere un romanzo pubblicato nella versione ebook, su Amazon, e devo dire che per me è stata una vera sorpresa: non pensavo di riuscire nell’impresa. E questo grazie non tanto al dispositivo digitale – che continua a non attrarmi – quanto al romanzo che ho avuto il piacere di leggere. Si tratta di “Io e Agata” di Nicola Losito, un autore emergente che cura anche un suo blog  “i pensieri e le divagazioni del signor Giacomo”. Siamo un popolo che legge poco – lo sappiamo bene – e con questi presupposti avere il coraggio di scrivere un libro e provare a diffonderlo in rete significa, davvero, lanciare una sfida enorme al mondo dell’editoria. A meno che l’autore non sia un personaggio noto al grande pubblico: allora le porte dell’industria libraria si spalancano e le vendite spiccano il volo.

Nicola Losito ha notevoli doti letterarie e sa scrivere come pochi, ma non essendo un divo della televisione (non basta somigliare in modo impressionante a Gianni Minà), viene ignorato dagli editori che non sempre premiano gli autori migliori. Io e Agata rappresenta il suo positivo esordio narrativo: un bel libro che meriterebbe una diversa attenzione. La storia narrata - che presumibilmente contiene spunti autobiografici – ripercorre, attraverso località ben definite e in un arco temporale che va dalla seconda decade del ‘900 fino ai giorni nostri, desideri e passioni, gioie ed amarezze, frustrazioni e riconoscimenti di due personaggi sui generis i quali, incontrandosi per caso – lui ha solo 28 anni, lei una cinquantina –  riescono a stabilire tra loro, nonostante la differenza di età, un intenso e profondo rapporto di amicizia, reso ancora più forte da una comune passione per la letteratura e per i libri. E sarà proprio grazie a tale sentimento se la relazione non sarà mai scalfita dalle tante conflittualità e difficoltà che pure li riguarderanno.

L’io narrante è Fabio, un professore di liceo in pensione, di origini pugliesi che vive a Milano, tormentato dalle sue velleità artistiche e letterarie: diventare uno scrittore famoso e possedere una biblioteca con un numero infinito di libri”, sposato con Marta che gli ha dato 4 figli. E’ alla continua ricerca di conferme circa le sue dotte capacità ed il raggiungimento del successo diventa la sua vera ossessione. La protagonista femminile risponde al nome di Agata, una donna con una personalità molto complessa, una eccentrica e “strampalata” psicologa ( è la zia di Marta) che nella vita non fa altro che “esplorare le menti bacate della gente” in forza della sua presunta capacità d’introspezione psicologica supportata da una sorta di influenza benevola proveniente dalle sue piante. Appassionata di pittura grazie al padre mercante d’arte, Agata possiede anche  una preziosissima biblioteca, il sogno proibito di Fabio, e sarà lei stessa ad offrire a quest’ultimo, in punto di morte, gran parte degli elementi che serviranno a realizzare personaggi e trama del libro.  

E’ una bella e struggente commedia umana e familiare, tra realtà e finzione, che si legge tutta d’un fiato nonostante la mole, raccontata con garbo e leggerezza, a volte velata di sottile malinconia, in cui Agata appare la vera eroina protagonista, mentre Fabio - con il suo carico di problemi esistenziali e la sua malcelata vanità – si mostra come un accorto testimone dei fatti, oltre che suo antagonista, sempre pronto a sbrogliare qualsiasi problema gli si dovesse presentare. Intorno ai due interpreti principali del  “romanzo di due vite”  - come si legge nel testo - si muovono altri interessanti personaggi i quali, sebbene appaiano complementari rispetto alla vicenda narrata, riescono tuttavia ad arricchire il quadro familiare. Tra tutti, spicca la figura della moglie di Fabio, Marta “una donna incomprensibilmente gelosa del suo privato” che ama starsene in disparte, fedele alla promessa fatta ai genitori di Agata di vigilare, vita natural durante, sull’unica rappresentante non maritata e un po’ scapestrata di una famiglia che, per antica tradizione, considerava il matrimonio e il procreare le sole attività adatte a una signorina di bell’aspetto e con una buona dote alle spalle”.

Tormentati dalle loro diverse ambizioni  di grandezza, i due appassionati protagonisti del libro sembrano rincorrere traguardi illusori, custoditi nemmeno tanto segretamente nel cassetto della propria anima. E pur di raggiungere i loro obiettivi che appaiono sempre più lontani, non risparmiano le proprie forze tra sconfitte e piccoli riconoscimenti, mentre intorno a loro la vita scorre severa come sempre, con le sue piccole gioie e con i suoi affanni quotidiani, con le sue speranze e con le sue delusioni.

mercoledì 25 gennaio 2017

Un paese ci vuole...da Pavese a Cardarelli

Cardarelli in una foto di Paolo Monti

“Un paese ci vuole – scriveva Cesare Pavese – non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.  Solo chi non ha mai avuto un “paese” non può comprendere la sua importanza, non può capire quanto sia vitale questo luogo dell’anima e della memoria e quante sensazioni, anche conflittuali, riesca a suscitare nell’animo di chi si affida al suo ricordo. Ma io credo che nessun artista, meglio del poeta, sappia evocare i sentimenti che nascono da questa speciale appartenenza, tant’è che le sue emozioni diventano anche le nostre ed il paese che scorgiamo nei suoi versi appare incredibilmente come la rappresentazione metaforica di ogni paese.
Vincenzo Cardarelli, uno dei poeti che più amo, ha dedicato tantissime poesie al suo paese natio - Tarquinia, in provincia di Viterbo - dove nacque nel 1887. Il suo rapporto con quel bellissimo borgo medioevale fu piuttosto discordante: sentiva di amarlo soprattutto quando si trovava lontano dalle sue case, dai suoi odori, dalle sue atmosfere. Gli mancava quando se ne allontanava. Doveva immaginarlo come un luogo perduto, per poterlo desiderare. Così scriveva: "Fin da ragazzo ho amato le distanze e la solitudine. Uscire dalle porte del mio paese e guardarlo dal di fuori, come qualche cosa di perduto, era uno dei miei più abituali diletti” . Oppure doveva scorgerlo attraverso il finestrino di un treno in corsa, per sentirlo suo, come leggiamo in “Passaggio notturno”

Giace lassù la mia infanzia.
Lassù in quella collina
ch'io riveggo di notte,
passando in ferrovia,
segnata di vive luci.
Odor di stoppie bruciate
m'investe alla stazione.
Antico e sparso odore
simile a molte voci che mi chiamino.
Ma il treno fugge. Io vo non so dove.
M'è compagno un amico
che non si desta neppure.
Nessuno pensa o immagina
che cosa sia per me
questa materna terra ch'io sorvolo
come un ignoto, come un traditore.
E quando poi subentrava la nostalgia del suo paese, solo il ricordo gli consentiva di rivivere la magia di un momento vissuto e ormai perduto. Ma il ricordo esiste se è sorretto dalla memoria che, da sola, può cancellare gli istanti più belli del passato:

O memoria spietata, che hai tu fatto
del mio paese?
Un paese di spettri
dove nulla è mutato fuor che i vivi
che usurpano il posto dei morti.
Qui tutto è fermo, incantato,
nel mio ricordo.
Anche il vento.
Quante volte, o paese mio nativo,
in te venni a cercare
ciò che più m'appartiene e ciò che ho perso.
Quel vento antico, quelle antiche voci,
e gli odori e le stagioni
d'un tempo, ahimè, vissuto.

Ma la vita riservava al poeta anche momenti di difficoltà e di angosce esistenziali e allora il suo paese - l’unico che non l’avesse mai tradito - gli ritornava in mente e vi si rifugiava per trovarvi definitivamente “riposo ed oblio”.
Terra mia nativa,
perduta per sempre.

Paradiso in cui vissi
felice, senza peccato,

ed ebbi amiche un tempo
le bisce fienaiole
più che gli uomini poi.

Nelle notti d’insonnia,
quando il mio cuore è più angosciato e grida
e non si vuol dar pace,
tu mi riappari ed in te mi rifugio.
Non memorie io ti chiedo,
ma riposo ed oblio.
E dopo tanto errare
godo in te ritrovarmi,
terra mia di cui porto
l’immortal  febbre nel sangue.
Sempre più persuaso che tu sola
non m’abbia mai tradito
e che il lasciarti fu grande follia.
Così lontana sei, così lontana!
Pur di raggiungerti e annullarmi in te
anche la morte mi sarebbe cara.

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venerdì 20 gennaio 2017

Moll Flanders: la si ama o la si detesta



Causa della mia rovina fu la mia vanità

La notorietà dello scrittore inglese Daniel Defoe (1660 – 1731) è legata essenzialmente al grande successo del suo primo romanzo: “Le avventure di Robinson Crusoe”, pubblicato nel 1718, tra i libri più amati e più letti di tutti i tempi. Intere generazioni sono cresciute con le avventure di questo straordinario personaggio naufragato su un’isola deserta, autentico eroe universale della letteratura che ha fatto sognare grandi e piccoli, “il mito più appariscente e indimenticabile della solitudine di ciascuno”, come ebbe a scrivere Cesare Pavese.

Ma c’è un altro personaggio uscito dalla fervida penna di Defoe che – pur non godendo della fama del suo eroe più noto – riesce, tuttavia, a far discutere generando nell’animo del lettore sentimenti sempre contrastanti: è un personaggio femminile e risponde al nome di Moll Flanders, un’astuta e tenace prostituta (ma non solo), che dà il titolo al secondo romanzo dello scrittore britannico, pubblicato nel 1721. E’ una sorta di eroina che vive pericolosamente la sua vita adattandosi a qualsiasi situazione, una protagonista che appare quasi inverosimile e che - in qualche maniera - incarna la figura femminile libera e indipendente, dotata di vizi (tanti) e virtù (poche). Per inquadrarla, provate ad immaginare questa donna nell’Inghilterra del ‘700, nata in un carcere da una famigerata ladra condannata a morte, dotata di una riserva illimitata di vanità, di bellezza, di orgoglio, di intelligenza e di egoismo, “ma una ben piccola riserva di virtù”, che si infila con estrema facilità nel letto di chi può darle ricchezza e posizione sociale, che passa con disinvoltura – e sempre per motivi di opportunità - da un ruolo sociale all’altro e si adatta, di volta in volta, a fare “la puttana”, quindi l’amante e poi la moglie e la madre sposandosi 5/6 volte (alla fine si perde il conto), una delle quali con il fratello da cui ha un paio di figli e altri ne fa con i rimanenti mariti, per diventare, poi, ladra e finire in galera come sua madre. Senza contare le volte in cui i ruoli si confondono e si fondono. E allora, di fronte a queste bizzarre e ingarbugliate situazioni, a volte si fatica nel riconoscere la puttana dall’amante, la moglie fedele dalla fedifraga, l’onesta dalla ladra. Questa è Moll Flanders: una donna senza scrupoli, cinica, avida, arrampicatrice sociale, ambigua e contraddittoria, infida e inquieta.
 
E’ un libro che ci spinge a riflettere sulla vanità delle ambizioni umane e, soprattutto, sul desiderio e sull’insaziabile avidità di denaro che rappresentano, in maniera crudele, le radici di tutti i mali. Devo dire che ho faticato un po’ a leggerlo, tant’è che più volte sono stato tentato dall’idea di abbandonare la sua lettura, nonostante la forza persuasiva dello stile letterario spingesse nella direzione opposta. Alla fine ce l’ho fatta, ma lo confesso: Moll Flanders è un personaggio che non mi piace. E penso che se a scrivere il libro fosse stata una donna anziché il padre nobile del romanzo inglese, probabilmente ne sarebbe uscita una figura femminile diversa. Forse più credibile. Quando un uomo decide di mettersi nei panni di una donna, fosse anche un grande scrittore, il rischio che lui possa dipingere, nella finzione letteraria, un ritratto poco attendibile è davvero molto elevato. Nel bene e nel male. In questi casi gioca un ruolo fondamentale la diversa sensibilità che caratterizza il comportamento dell’uomo rispetto a quello della donna, non solo sul piano fisico ma anche su quello psicologico.

mercoledì 18 gennaio 2017

Scrivere il curriculum



Cos’è necessario?
È necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.


A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.


È d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e ricordi incerti in date fisse.


Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.


Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.


Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.


Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.

Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
È la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.


 
Wislawa Szymborska

 

lunedì 9 gennaio 2017

Mestieri



Frequentavo le scuole elementari – tanti anni fa – e un giorno il maestro chiese a tutti noi, bambini di 8/9 anni: che mestiere fa vostro padre? Ricordo che le risposte si divisero - per la maggior parte - tra il contadino e il falegname, il fabbro e l’arrotino, il muratore e l’elettricista, il boscaiolo e lo stagnino. Erano altri tempi, diciamolo, e il sottoscritto viveva in un piccolo paese del Sud, che esprimeva un’economia prevalentemente agricolo- artigianale. Tuttavia, oggi non posso non riconoscere quanto quei mestieri fossero nobili e indispensabili. Devo dire che l’abilità manuale in cui si riconoscevano, congiuntamente ad una elevata capacità creativa, costituivano i requisiti identificativi di un mondo e di una filosofia di vita. Quelle attività lavorative racchiudevano, inoltre, una vera e propria “arte del fare” che spesso si tramandava di padre in figlio, un’arte che oggi appare definitivamente scomparsa.
Viviamo in una società altamente tecnologizzata, dove i bisogni sono radicalmente cambiati e dove l’omologazione culturale, che si estende in tutti i settori, tende a non valorizzare più le differenze, riscontrabili anche in quegli antichi mestieri artigianali, alcuni dei quali sono già spariti, altri sono ormai in via di estinzione e altri ancora si sono evoluti in differenti figure professionali, attraverso processi industriali sempre più veloci. Provate, per esempio, a cercare un ciabattino, per risuolare un paio di scarpe, o un sarto, per cambiare la cerniera dei vostri pantaloni, oppure un arrotino per affilare un vecchio coltello a cui siete affezionati: introvabili, spariti, così come sono spariti tanti altri antichi mestieri. E con loro sono svanite le competenze e la passione per le cose fatte bene che duravano nel tempo e sembravano indistruttibili.

Stavo pensando che se oggi il maestro di una qualsiasi scuola elementare del nostro Paese provasse a fare la stessa domanda ai suoi piccoli allievi, credo che nessuno di loro direbbe che ha un papà che fa l’idraulico (figura rara…è più facile trovare un tesoro) o il falegname (il mestiere più antico del mondo, ma a qualche bambino ricorda solo Geppetto, il padre di Pinocchio). Forse ne hanno sentito parlare in casa, quando il genitore si danna l’anima perché il rubinetto perde acqua e non riesce a trovare chi possa ripararlo. Oppure quando la finestra non chiude bene e invoca inutilmente un falegname. Oggi, nell’era informatica e digitale, i bambini a quella domanda di prima probabilmente risponderebbero che il papà fa il consulente di investimento, l’operatore call center, il digital strategist, il web analyst, il travel designer o il manager del rischio. A meno che non faccia il disoccupato, un mestiere molto in voga di questi tempi. Ma insomma, che cavolo fa un manager del rischio, oppure un digital strategist? Ma se questi sono i nuovi mestieri dei papà dei nostri giorni, cosa faranno da grandi i bambini che oggi frequentano le scuole elementari e sono già forniti di smartphone? Mi è capitato di leggere da qualche parte che secondo uno studio fatto dal governo britannico, si prevede che fra i  20 nuovi mestieri del 2030 ci sarà l’«agricoltore verticale», che curerà le coltivazioni su edifici a più piani in città per ridurre lo sfruttamento del suolo; e ci sarà anche il «broker del tempo», che si occuperà di come pagare le persone con il tempo, anziché con i soldi. E poi, dulcis in fundo, il «personal brander», una sorta di consulente per “costruire e gestire noi stessi come un marchio di qualità, anche attraverso i social media”. Ma ve lo immaginate un agricoltore che si evolve verso l’alto? E quello terra-terra che ancora coltiva patate e cavolfiori in campagna, che fine farà? Sparirà, oppure continuerà a coltivare le sue verdure al ventesimo piano di un grattacielo? Aiutatemi! Ma io dico: se un nostro nipote – mettiamo nel 2030 - avesse bisogno, che ne so, di un artigiano che una volta si chiamava orologiaio, perché il suo swatch si è improvvisamente fermato, a chi si dovrebbe rivolgere? Come direbbe qualcuno, ai posteri l’ardua sentenza.